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Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi

Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi
Quando l'immaginario collettivo si appropria degli stereotipi tanto da renderli norma, non resta che imbracciare l'arma dell'ironia ed esorcizzare quelle divisioni di razza che, tutto sommato, potrebbero abbracciarsi come un biscotto panna e cioccolato. Così, da una comune di Johannesburg scopri che i neri hanno uno strano rapporto col denaro: e sì che forse i valori sono altri e non è il caso di stare a discutere per soldi. A Città del Capo, invece, nei quartieri residenziali, freddi e inospitali, si rimpiangono le “township”, ghetti dall' “ubuntu” particolarmente sviluppato. Romanticismo sfuggente, perchè dopo poco il bordello fa sì che il rimpianto metta la retromarcia e si torni a desiderare un anonimo comprensorio  del quartiere residenziale. I bianchi non sono poi tanto meglio; sì, va bene, danno valore al denaro molto più di un nero, ma hanno un culto del “gioco aziendale” grottesco e fastidioso, amano i reality e non si sforzano di dar valore alle parole. Di certo mal tollererebbero il senso dell'ordine tipico di uno Zulu, sì d'accordo spesso violento, ma solo in funzione di un ordine sociale definito, non certo come la violenza coatta dei taxi collettivi sudafricani, dove neppure le donne nere, dure e pure, possono nulla...
Se non facesse egli stesso riferimento alla sua passione per il Whisky, immagineresti Ndumisio Ngcobo parlarti con il bicchiere in mano, la barba incolta, un po' bianca e e un po' nera, e il fare da cantante blues. Questo perchè in Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi è l'autore che parla direttamente al lettore, e lo fa in modo colloquiale e schietto. Non ci starebbero neanche male i “vecchio mio...” oppure “brutto bastardo, che hai capito?”. Quando dunque ti concedi il lusso di spaziare  repentinamente dal serio al faceto e ti proponi di amalgamare in un pentolone incandescente i registri più svariati, l'ironia deve esserti alleata. Chi meglio di un sudafricano, allora, proverbialmente e geneticamente predisposto al ritmo incalzante dell'amore per la vita, può introdurti ad un mondo così  affascinante, complesso e contraddittorio, come quello dell'Africa. D'accordo, il libro non sarà un capolavoro, ma ha il privilegio di farti scoprire in modo divertente e diretto, luoghi, usanze, terminologie, meraviglie e bruttezze di una terra così vicina, eppure percepita troppo lontana. L'imprevedibilità irritante e iridescente del caos di Johannesburg, Città del Capo o delle adiacenti township,  di contro all'omologazione simmetrica, pallida e artificiosa di noi “bingo bianghi”. E allora viene in mente il cartello esibito da una mendicante (manco a dirlo, africana) di largo Argentina, a Roma: “sono povera, ma felice”.