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Alice

Alice
Micha e Alice sono stati amanti. Un tempo le loro esistenze sono state annodate così strette da renderli molto cari l’uno all’altra. Anche dopo tanti anni, anche dopo che Micha ha scelto di dividere la sua vita con un’altra donna, Maja, e con la loro bambina, Alice non può dimenticarlo, non può smettere di sentirlo intimamente suo. Adesso Micha è a Zweibrücken, dorme ad occhi aperti nel letto di un ospedale, e sta per morire. La morte, il  più triste ma forse anche l’unico possibile pretesto per far incontrare le due donne, profondamente diverse, improvvisamente vicine eppure irrimediabilmente distanti. Maja sta per perdere suo marito, il suo amore, Alice lo ha già perso una volta, e si prepara a riaffrontare quell’immenso dolore… Dal grigio clima tedesco si passa all’arido sole italiano: con un viaggio in macchina Alice, Anna e il Rumeno raggiungono la casa su lago dove Conrad vive con Lotte. Di lui non sappiamo nulla se non che è stata una persona importante nella vita di Alice, che non vede da tanto, tantissimo tempo. Quella stessa notte, mentre i tre amici si ubriacano di vino italiano, Conrad viene ricoverato in ospedale con una febbre molto alta. Il giorno dopo, inaspettatamente, muore. Alice ha avuto l’onore di essere l’unica persona con cui Conrad abbia parlato… Torniamo in Germania, questa volta a Berlino. Ancora la morte protagonista, la prima è una morte lontana nel tempo, che Alice sceglie di far riaffiorare dalla memoria per darle il giusto peso, o forse solo il giusto addio. Si tratta di Malte, uno zio suicida che la donna non ha neanche fatto in tempo a incontrare, ma che conoscerà, se ne avrà la forza, attraverso le lettere che le consegna Friedrich, suo primo e unico amante. La seconda è una perdita vicina, familiare, un caro amico di Alice, Richard, divorato da una malattia che lo ha inchiodato ad un letto, rimpicciolito quanto un bambino. E infine l’ultima, terribile, la morte del marito Raymond, scomparso per qualcosa di cui l’autrice scegli di non accennare…
La cupa atmosfera in cui veniamo trascinati all’inizio del primo racconto, cresce inesorabile fino all’ultimo. L’intero libro si tinge di un tono grigio e piatto che ad ogni pagina speriamo viri in qualche accenno di colore più nitido, più vivo. E invece niente, non succede mai. Le varie storie finiscono per rivelare elementi in comune, ripetizioni che al contrario di quanto simili espedienti dovrebbero procurare, riescono solo a renderle insipide, prevedibili e prive di qualsiasi originalità. La morte, unico fulcro sul quale l’autrice tenta di mettere in equilibrio i suoi cinque racconti, diviene paradossalmente inconsistente, si svuota man mano che avanziamo nella lettura siamo portati a darle sempre meno conto, tanto che all’ennesimo “è morto”, non siamo più in grado di reagire spontaneamente, di immedesimarci con la protagonista, di comprenderla, di compatirla. Non le siamo più accanto e lei non può comunicare con noi tanto quanto noi non possiamo ricevere da lei. Forse sarebbe stato più saggio rinunciare a qualche capitolo per poter scendere più a fondo, per darci la possibilità di interessarci ai personaggi, cosi che imparassimo a conoscerli. E allora, forse, il breve resoconto della loro dipartita avrebbe provocato in noi, se non altro, almeno un briciolo di commozione.