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Alien – Nascita di un nuovo immaginario

Alien – Nascita di un nuovo immaginario

Un’introduzione vista come una necessaria resa dei conti con un immaginario che l’autore autodefinisce “miope”. Che fa un balzo temporale di quarant’anni, nel 1979, per spiegare cosa sia successo nel 1968 e cosa voglia dire aver avuto vent’anni negli anni Ottanta. Sembra un gioco di specchi infinito e invece è la parentesi necessaria perché Boris Battaglia arrivi a parlare di Alien, film culto e capolavoro assoluto di Ridley Scott, film con cui vuole fare i conti. Assimilando Ellen Ripley a Creonte: perché così come Creonte aveva lasciato Polinice insepolto fuori dalle mura di Tebe per salvare la cittadinanza dalla pestilenza della guerra civile, allo stesso modo Ripley tiene fuori dall’astronave Nostromo il capitano Dallas e il povero Kane che è stato attaccato dall’essere uscito dall’uovo alieno, perché applica i protocolli corretti che prevedono la quarantena per preservare la nave da qualsiasi epidemia. Film dall’importanza capitale, per l’immaginario pop: perché se è vero che gli anni Settanta finiscono nel 1982, anno di uscita di E.T., gli anni Ottanta cominciano nel 1979 con Alien, in un gioco prospettico che richiederebbe Escher per essere messo su carta…

Cosa dire in più su uno dei film più discussi, celebrati, metaforizzati e spiegati dalla critica cinematografica senza correre il rischio di ripetersi? Era questo presumibilmente il dubbio di Boris Battaglia nel momento in cui si accingeva a scrivere il suo piccolo omaggio ad Alien, pietra miliare della fantascienza moderna ma in assoluto pietra angolare di un certo tipo di cinema, cult postmoderno sviscerato da ogni angolazione. E in parte è riuscito nel suo intento di originalità: soprattutto per lo stile, antiretorico per eccellenza, che utilizza ampissime perifrasi e introduzioni chilometriche per aggirare l’ostacolo primario (il déjà vu), correndo però in più pagine il rischio di riuscire fin troppo dispersivo nelle prime pagine di ogni capitoletto, dove prima di “arrivare al sodo” il buon Boris impiega diverse righe, dilazionando non solo l’attenzione ma anche l’attendibilità emotiva. Certo è che riesce a dire due o tre cose fondamentali sul film di Scott, prima di tutto sull’importanza che l’opera riveste per lo sguardo. Uno sguardo che la regia frammenta in tutti i modi possibili, salvandoci dalla cecità e riportandoci alla funzione primaria del cinema stesso (discorso che negli anni ’90 verrà poi messo a punto con implacabile lucidità da Jonathan Demme nel suo Il silenzio degli innocenti, ndr). E perdonando al Battaglia l’aver detto che Ladyhawke è “un filmetto”, ad Alien – Nascita di un nuovo immaginario va dato merito di mettere un punto su tutti i significati del film, chiarendone l’importanza culturale, non ultima la creazione della creatura aliena partorita dagli incubi di Giger.