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Alla ricerca del tempo perduto - Il tempo ritrovato

Alla ricerca del tempo perduto - Il tempo ritrovato

Dopo qualche anno trascorso in una casa di cura lontana da Parigi, e lontano dai progetti letterari, il Narratore torna nella capitale. È l’inizio del 1916 e molte cose sono cambiate in poco tempo: la moda è diversa, tutti i musei, compreso il Louvre, sono chiusi, la vita mondana dei salotti è sbiadita. E, soprattutto, molti giovani sono in guerra, in trincea, e il cielo è solcato da sciami di aeroplani. La sera il coprifuoco chiude tutti in casa - come all’epoca delle catacombe - si spengono tutte le luci: Parigi potrebbe sembrare Pompei, o Sodoma. I giochi d’amore e gli incontri proibiti sembrano cessati, tranne per qualche impenitente clandestino. Mentre lui era lontano, si erano sopite le polemiche fra patrioti e traditori che avevano vivacizzato il dibattito politico: la minaccia di un’invasione nemica, i bombardamenti, le brutte notizie dai teatri di battaglia avevano avuto la meglio. Ma tutto passa, anche quando il tempo è infestato da eventi luttuosi e, appena possibile, i salotti riaprono e i candelabri si riaccendono; i principi di Guermantes ricominciano a ricevere. Chi sono quelle figure che affollano le sale in festa? Il Tempo le ha trasformate: ha imposto maschere ai volti noti rendendoli irriconoscibili. Sono tutti invecchiati. Solo la nostalgia, e la memoria, fanno risplendere per poco la giovinezza delle amiche e la serenità dell’infanzia. Quando tutto sembra sul punto di implodere, il Narratore prende coscienza che è doveroso cominciare a scrivere il libro che per decenni ha lasciato crescere dentro di sé. Tutto il vissuto era già sedimentato nella mente come in “un ricco bacino minerario, con una distesa immensa e mai variata di giacimenti preziosi. Ma avrei avuto il tempo di sfruttarli? Ero la sola persona capace di farlo”…

Come in un cerchio, come un circuito esistenziale che si chiude, si sigilla perfettamente, con Il tempo ritrovato si conclude la Recherche. Questo volume, il settimo, è pubblicato postumo nel 1927, quattordici anni dopo l’esordio con Dalla parte di Swann e diciotto anni dopo l’inizio della stesura. In tutto, circa tremila pagine. Anni, memoria, oblio, Tempo (con la T maiuscola, come l’ultima parola dell’opera): ecco la materia vissuta e raccontata da Proust che in questo finale si sublima e si condensa con maturità e profondità inarrivabili. Lo scrittore giunge infatti fondamentali rivelazioni: “La letteratura non poteva più darmi - o per colpa mia, essendo io troppo poco dotato, o per colpa sua, se essa era, in effetti, meno carica di realtà di quanto avevo creduto - la benché minima gioia.” E i piaceri dell’intelletto tanto apprezzati dai salotti parigini? E la lucida consapevolezza di interpretare la propria vita e la propria epoca? Tanti anni, fatiche, illusioni così… sprecati? Quei volti un tempo ammirati ed emulati sono parte di un “teatrino di marionette” e cresce la distanza tra il mondo del passato e quello presente. Gli esseri umani sono in bilico sui trampoli del Tempo: la loro statura non è una faccenda di altezze e dimensioni fisiche ma si misura dal vissuto, da come hanno attraversato il Tempo. Dove sta, dunque, la verità? Si racimola dal passato, dalla rielaborazione del passato, che trapela in “quell’infallibile proporzione di luce e d’ombra, di rilievo e di omissione, di ricordo e d’oblio che la memoria o l’osservazione coscienti non conosceranno mai”. Sarà allora per questo che il Narratore, Marcel, comincia a scrivere la sua storia e la offre ai lettori - “lettori miei” - come sorprendente e ineffabile mezzo per leggere se stessi. Senza finzioni e senza sconti, in un percorso di autoanalisi che, in letteratura, non sarà sicuramente l’unico ma di certo è il più monumentale.