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All’ombra del fico

All’ombra del fico

A Buje, in Croazia, corre l’anno 1955 e il commissario Risto Marjanović si prepara ad accogliere l’amministratore forestale Aleksandar Đjorđević, proveniente dalla Repubblica sorella della Slovenia. Quando finalmente arriva, Risto accompagna Aleksandar in una casa adiacente alla piazza principale, abitata da italiani che sembrano essere andati via, sebbene abbiano lasciato tutte le loro cose. Di stare in quella casa in cui gli italiani potrebbero tornare da un momento all’altro Đjorđević proprio non se la sente. Così l’indomani Risto gli indica un punto non precisato sulle colline, Momjano, dicendo a Đjorđević che la casa se la può costruire là, se vuole. Aleksandar ci va con sua moglie Jana, che è incinta. Jana non si lamenta, segue il passo di suo marito e commenta che quelle colline sembrano proprio essere un dono di dio. Poi però Aleksandar a Momjano inizia ad andarci da solo per costruire la casa. Jana rimane a Buje e, a poco a poco, rende quella degli italiani la loro casa. Fino a quando un giorno Jana non partorisce la sua prima figlia a Momjano, e il dono di dio diventa il sogno di dio, che gli ha indicato dove andare a vivere...

All’ombra del fico è un romanzo generazionale da diversi punti di vista. All’interno è narrata la storia di una famiglia – nonno, padre, figlio – dalla prospettiva di quest’ultimo, Jadran. Per via di questo espediente, è un racconto fruibile da un’ampia coorte di persone, che va dagli adolescenti agli adulti fatti e finiti. Racconta degli anni della Jugoslavia di Tito; tocca le indipendenze di Bosnia e Slovenia; e arriva fino ai giorni nostri. È, in sostanza, un romanzo ricco e complesso quello scritto dallo sloveno Goran Vojvonić, vincitore per tre volte del premio Kresnik (praticamente lo Strega sloveno) per Cefuri raus! Feccia del Sud via da qui, Jugoslavia, terra mia e All’ombra del fico. La bravura di questo scrittore si tocca concretamente con mano pagina dopo pagina, in quanto è in grado di sbrogliare con una semplicità disarmante una matassa famigliare, raccontando con leggerezza – ma non superficialità – le storie di Aleksandar, Safet e Jadran. Cioè storie di fuga (Aleksandar e Safet), di ricerca di se stessi (Jadran) e di ricerca della propria vera identità all’interno di un contesto che più plurale non si può. Delle vicende che risuonano con quelle personali dell’autori, sloveno di nascita (ma di lingua serbo-croata in quanto i genitori sono bosniaci), con una guerra che ha disintegrato ogni certezza, ogni amicizia e ha lasciato i singoli a leccarsi le ferite e a ricostruire dalle macerie. Così si sente Jadran di fronte al corpo senza vita di suo nonno, ed è proprio per questo che comincia a ricostruire la storia di Aleksandar e di Safet: per comprendere il presente attraverso ciò che è stato.