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All’orizzonte degli eventi

All’orizzonte degli eventi

Il poeta è come ripiegato su se stesso, le consapevolezze sono poche, le certezze latitano. Servono occhi al poeta, perché “Lo sguardo / determina / la parola” e questi occhi sa che sono un debito nei confronti dei suoi riferimenti, “Rimetto a voi i miei occhi”, e ancor meglio “ho scelto tra i poeti / i miei maestri. / È stata questa / la mia fortuna / e nel contempo / la mia rovina”. Ma il poeta si interroga sempre e soprattutto sulla parola, la riflessione è sull’incapacità di dire davvero, sull’indicibile. D’altronde l’approdo finale è illuminante e si esplicita in una citazione del poeta ceco František Halas: “La cosa più alta che un poeta possa raggiungere è il silenzio”, non meno che nella conclusione del poeta medesimo, “Silenzio / la parola al suo zenit”. Poi, si sa, “La poesia non salva. / La vita, è un’altra cosa”. E tuttavia ci sono dei momenti di salvezza che al poeta sono concessi, momenti di grazia, istanti in cui il potere della parola dona interi vocabolari e la poesia ritrova il senso profondo e potente del suo stesso essere, come indica la sua origine greca ποίησις, poiesis, “creazione”. Tocca al poeta “Prendersi cura / della parola / così da farla / diventare vera”, perché “La poesia è una preghiera”. Così, quando questo accade, “Ogni suono riuscito / è un nuovo dizionario. / Ogni verso, una voce / verso ogni invisibile / ma esistente immagine. / Dentro l’indicibile / posso ciò che non posso”…

Nella terza silloge poetica di Marco Luppi la ricerca ostinata – quasi ossessiva – intorno alla parola si fa più aspra. Non è neppure per sottrazione che stavolta sembra procedere il poeta, affascinato - dal latino fascĭnum “maleficio” – dai ceppi dell’afasia, come imprigionato in una tela di ragno. È davvero il silenzio la massima espressione della parola? È la citazione finale di Octavio Paz – che si accorda alla voce del poeta – a fare luce su quanto si intuisce fin dai primi versi, “L’attività poetica nasce dalla disperazione di fronte all’impotenza della parola e termina nel riconoscimento dell’onnipotenza del silenzio”. Ma questa non è una resa. Perché non importa quanta “disperazione” costi questo “riconoscimento”, non importa se ci sono momenti – come in questa terza raccolta – in cui il poeta per esprimere il suo sentire ha bisogno delle parole dei suoi maestri – per esempio, l’amata e meravigliosa Alejandra Pizarnik e l’onnipresente adorato Franz Kafka, che in esergo suggerisce, come spesso nei versi di Luppi, la direzione verso la quale guardare per interpretare titolo e ispirazione del libriccino, “Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere”. Nella Fisica, si definisce orizzonte degli eventi “la superficie oltre la quale nessun evento può influenzare un osservatore esterno”, qualcosa di irraggiungibile che si allontana all’avvicinarsi di un osservatore, “una regione dello spazio-tempo oltre la quale cessa di essere possibile osservare il fenomeno”. È come se Luppi confessasse così che questo limite dell’universo osservabile, che è anche il suo sentire, pone un limite pure alle parole per descriverlo; chi fa poesia può soltanto prenderne atto, come anche chi la legge. Ma chi legge può seguire le tracce che il poeta semina tra le sue pagine facendone sentieri, ognuno secondo il suo sguardo; perché se è vero che “lo sguardo determina la parola” per chi scrive, lo stesso è per chi legge. Seguire gli scabri sentieri – stavolta brulli, riarsi ma mai, mai aridi – di Marco Luppi è sempre un ristoro per l’anima, perché vi si trovano sempre tracce di sé, come dovrebbe essere sempre quando si parla di poesia, anche quando l’unico approdo possibile appare il silenzio, senza che sembri un paradosso. Perché, si sa, i silenzi non sono tutti uguali e magari ha ragione José Saramago quando dice “Forse solo il silenzio esiste davvero”, solo che serve un percorso, anche doloroso, per capirlo.