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Altro nulla da segnalare

Altro nulla da segnalare

Dai primi mesi del 1980 a fine turno gli infermieri del reparto Spdc dell’Ospedale Mauriziano di Torino compilano, su un quaderno, un rapportino. Illustrano com’è andata la giornata, se ci sono stati problemi con qualche paziente, riportano le loro impressioni e preoccupazioni. Non sono documenti ufficiali, ma diventano per medici e infermieri uno strumento per meglio vivere e capire il reparto. Immancabilmente ogni rapporto si chiude con la frase: “Altro, nulla da segnalare”. La Legge 180 decreta il superamento dei manicomi e il Mauriziano diventa un reparto aperto, che lavora di concerto con i servizi territoriali. I pazienti sono finalmente considerati esseri umani, con un loro vissuto e la libertà di decidere per sé. I rapportini sono diari di bordo, occasioni di sfogo per gli infermieri e memoria delle tante persone ricoverate. Dirige questo reparto, fino al 1984, lo psichiatra Luciano Sorrentino, convinto sostenitore delle idee di Basaglia. Infatti, cerca, con la collaborazione di colleghi e infermieri una soluzione umana e alternativa alla reclusione e alla contenzione forzata del paziente psichiatrico. Sorrentino e il suo staff privilegiano la relazione e il dialogo come cura primaria non trascurando una certa dose di ironia...

Altro nulla da segnalare è il libro che ha vinto all’unanimità il Premio Calvino 2021. Le esperienze dei paz, i pazzi, sono narrate con una lingua moderna, limpida e descrittiva (e un italiano impeccabile, che non guasta mai). Il pensiero di fondo del romanzo è in linea con quello di Basaglia e già, prima della Legge 180, in Piemonte esisteva una rete territoriale sul modello francese. Gli infermieri di propria iniziativa scrivevano i rapporti quotidiani, per condividere i fatti della giornata, una sorta di medicina narrativa ai primordi. Il giusto mix di realtà e immaginazione rende questo romanzo vero e credibile, fruibile e istruttivo. Come pure fanno i pazienti, che mischiano invenzione e realtà, segni propri del disagio mentale e tipico dell’esperienza umana. La bravura dell’autrice sta nell’aver creato molti protagonisti, tutti credibili e potenti che entrano a far parte dei pensieri del lettore. Il filone della letteratura “dei matti” che va da Mario Tobino a Paolo Milone può quindi da oggi comprendere a pieno titolo Francesca Valente. Nel capitolo “Arriva il Papa”, la tensione alla libertà dei pazienti è palpabile. Poter partecipare alla processione quasi felliniana e scorgere le meraviglie della chiesa della Consolata, tutta marmi e stucchi dorati, li rende felici. Le incursioni nelle vite precedenti dei pazienti servono a raccontare ciò che era stato prima e com’erano le strutture che li ospitavano. Si finiva in manicomio per le ragioni più disparate: disagio sociale, povertà, ignoranza e non solo per la malattia mentale. I pazienti perdevano ogni diritto e matti lo diventavano per davvero, perché spogliati totalmente della propria natura umana. La pietà pervade il libro, l’immedesimazione nelle sofferenze altrui, si accostano ai sorrisi di empatia, è questo lo stile del reparto voluto da Luciano Sorrentino. Egli ha avuto, verso i suoi pazienti, uno sguardo amorevole di cura, sempre onestissima e profonda. Il capitolo dedicato all’attore Carlo Colnaghi e del grande lavoro terapeutico fatto da Sorrentino simboleggia la possibilità di una rinascita. Rappresenta il successo della riforma di Basaglia, che ha reso possibile a lui il ritorno alle scene e ad altri di riprendere il pieno possesso della propria vita. Altro nulla da segnalare è letteratura e contribuisce, per chi lo leggerà, a far cadere qualche pregiudizio. Perché, secondo Sorrentino: “La pazzia è una crepa da cui sgorga una luce capace di scovare e scardinare le ipocrisie”.