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Altroquando

Altroquando

Alienarsi. Estraniarsi, ma anche diventare un estraneo. Un alieno, altro da noi. È possibile essere soli pure se si è parte integrante di una miriade di persone? La risposta è affermativa se l’intento quotidiano, inconsapevole quanto fatale, è l’isolamento dal resto del mondo. Decine di figure anonime e grigie percorrono le scalinate di una discesa verso una moderna spelonca, buia e odorosa di polvere e di chiuso. Tutti ammassati si dirigono verso i binari, attendono un treno, ci salgono sopra, si fanno portare a grande velocità verso il loro altrove. Lo fanno senza nemmeno guardare, come un automatismo, come respirare. Non guardano né loro stessi né tantomeno gli altri, potrebbero essere soli anziché una folla e per loro sarebbe lo stesso. Almeno una mano è impegnata nell’atto sacro e inviolabile di reggere il feticcio per eccellenza dell’epoca moderna, ovvero il telefono cellulare, la finestra sul mondo che in realtà è già disponibile ed è tutto attorno. Da quell’apparecchio si sprigiona una luce che tutto illumina e tutto assorbe. Trasforma i loro volti che non sono volti in figure prismatiche, mostruose, dotate di tentacoli e di mille occhi. In alieni, appunto. A un certo punto compare in mezzo a quegli oggetti digitali un apparecchio analogico. Solido, ingombrante, incoerente. Ritto e fiero come un dinosauro sfuggito all’estinzione. Nessuno lo nota, ovviamente, immersi come sono nel loro mondo personale. Nessuno tranne un bambino, di appena un paio d’anni; eppure, anche lui già contagiato dal morbo che affligge gli adulti. Allunga una mano per afferrarlo, titubante e curioso. Gli effetti di quel gesto, semplice e istintivo allo stesso tempo, possono essere devastanti…

Altroquando è il titolo di questa breve novella grafica di Sandro Bassi ma anche, in maniera nemmeno tanto sottile, la dimensione in cui ci collochiamo quotidianamente tramite l’uso costante e ossessivo dello smartphone, vero e proprio simbolo dell’alienazione umana nel XXI secolo. L’intera storia è priva di dialoghi, un’assenza che passa senza sforzi dal piano della scelta stilistica a quello metaforico del mondo in cui viviamo, sottolineando così la profonda carenza di interazione umana di cui siamo afflitti. Siamo nel ventre di una stazione metropolitana. Affollata ma silente. Ognuno è perso nell’abisso luccicante dello schermo, nessuno bada a nessuno. Gli esseri umani non sono tali. Ne hanno forma e dimensione a eccezione della testa, che invece è totalmente assente e sostituita da figure xenomorfe o semplicemente assurde, marcando ancora di più il messaggio sotteso alla storia: alienarsi = diventare un alieno, giocando col doppio significato del termine. Contribuisce al senso di desolazione la totale assenza di colore che non sia una scala di grigio e nero, ombre che fagocitano quel poco di luce che riesce a penetrare dall’esterno o che proviene dagli schermi degli apparecchi elettronici in mano ai personaggi. Non ci sono parole nemmeno sottoforma di didascalia, ma i disegni sono chiari nel raccontare la storia, che per la verità ha uno sviluppo di breve durata, con un elemento di rottura rappresentato dall'inserimento di un oggetto analogico in mezzo al mare magnum del digitale. In definitiva un romanzo a fumetti breve ma piacevole, che racconta quello che vuole raccontare con efficacia e un buon impatto visivo.