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America

America

Gli Stati Uniti, per fascino ed importanza strategica nello scacchiere mondiale, attirano da sempre l’interesse e la curiosità verso una cultura fonte di ispirazione o di critiche feroci. L’intento dichiarato del saggio è quello di raccontarne le caratteristiche dal punto di vista privilegiato di chi la osserva da vicino, quale emigrato di lungo corso. Come tutti i sistemi complessi, spiegarli, appiattendone caratteristiche e valori, risulta impossibile; ci troviamo di fronte ad una federazione di cinquanta stati, con abissali differenze paesaggistiche, leggi proprie, che li connotano diversamente; pensiamo alla normativa sulle armi o sull’aborto, illegale in diversi stati conservatori, consentito in quelli più liberali come la California; lo stesso vale per le armi, a New York, per esempio, armarsi è un po’ più complicato che altrove. Federico Rampini si muove abilmente in questo immenso territorio delle diversità, ad iniziare da quelle geomorfologiche, concentrandosi, pur volando con lo sguardo da una costa all’altra, sui luoghi dove ha risieduto o che possano risultare esplicativi del pensiero e del modo di vivere americano e delle sue molteplici contraddizioni: la California; la Florida; New York, in cui attualmente vive. Capire oggi gli States rende necessario familiarizzare con alcuni termini entrati nel vocabolario corrente soprattutto dei media: cancel culture, politically correct, me too, black lives matter, per fare solo qualche esempio. Queste correnti di pensiero, che spesso scatenano vere e proprie ondate di fanatismo ideologico, muovono da una teoria revisionista della storia americana, la Critical Race Theory, per la quale esisterebbe una continuità tra l’America schiavista e l’attuale, e la conseguente necessità di cancellarne tutti i possibili riferimenti. Sono state rimosse statue di presidenti con macchie schiaviste appena adombrate, cambiati i nomi delle scuole loro intitolate e così via, in un crescendo di “cancellazioni”, e “decapitazioni” di fatti e cose riconducibili all’infamia schiavista. Testate liberal come il “New York Times” contribuiscono alla diffusione di questo pensiero, così come le università progressiste, che operano un intollerabile indottrinamento della futura classe dirigente, cercando di estirpare il peccato originale dello schiavismo dalla razza bianca. Il paradosso è evidente, la terra delle libertà, brandendo il martello del politically correct, e della cancel culture, finisce col silenziare il dissenso, creando una dittatura del pensiero unico, per il quale un complimento ad una donna può costituire molestia sessuale, o indicare il colore della pelle di un criminale ricercato, atto discriminatorio da rimuovere, ostacolandone di fatto la cattura. Questa spaccatura culturale all’interno degli States, spinge molti genitori a spostare i figli, sin dall’infanzia, ove possibile, in scuole meno ideologizzate, pubbliche e private, tenendo presente i limiti dell’istruzione pubblica, piuttosto scadente e i costi inaccessibili di quella privata, di alto livello...

Ma l’America è molto altro: paesaggi mozzafiato, in cui la natura si svela nella sua potenza incontaminata; assoluta meritocrazia, che consente un’ascesa fulminante a chiunque lo meriti fino alla presidenza; rispetto delle regole, riunioni condominiali amene all’insegna del più assoluto fair play; terra delle opportunità per i giovani di talento, pensiamo alla Silicon Valley, dove i sogni tecnologici si trasformano spesso in denaro. La società predilige i giovani, a differenza di stati gerontocratici come quello italiano, i vecchi, tuttavia, non sono estromessi dal mercato del lavoro se non quando decidono, il pensionamento resta una libera scelta. Il tratto distintivo della società americana sembrerebbe dunque rintracciabile nelle sue contraddizioni: la ricchezza estrema convive con la povertà; la libertà di pensiero, con il più bieco fanatismo ideologico. In città come New York o San Francisco, un esercito di senza tetto dorme accartocciato ai piedi dei grattacieli, svettanti simboli del capitalismo, rendendo palese il limite di un sistema economico disfunzionale, che genera immense ricchezze, ma ne impedisce una equa distribuzione e fruizione; perfino il sistema sanitario, di assoluta eccellenza, è appannaggio dei soli assicurati. Il denaro dunque compra tutto negli USA, ad iniziare dalla salute, incluse le campagne politiche e presidenziali; finanziate spesso da ricchi imprenditori che investono sulla tutela dei propri interessi. Molto interessante il capitolo dedicato alla Florida, stato conservatore, guardato dagli altri quasi come un esperimento pilota per le politiche fiscali, turistiche, scolastiche, adottate dal suo attuale governatore repubblicano, meta di un enorme immigrazione anche interna grazie all’alta qualità della vita e il basso impatto fiscale e burocratico. Destreggiarsi tra le sfaccettature che definiscono la cultura di un paese come gli States non è facile, Rampini, docente universitario, giornalista, corrispondente per Repubblica di lungo corso e da diversi angoli del globo, tenta l’impresa, attingendo ad aneddoti personali e fatti di attualità, con esiti, tuttavia, non sempre esaustivi. Nei capitoli che dedica a ciascun tema qualcuno, ad esempio, rivela una trattazione più frettolosa; è il limite di una narrazione ramificata ma a pelo d’acqua, che consente di spaziare con lo sguardo, rischiando di non soddisfare appieno la curiosità del lettore. In definitiva, un saggio che offre diversi spunti di riflessione, approfondimento e anche di gratitudine verso il nostro sistema scolastico e sanitario. Vivamente consigliato a chi subisce il fascino degli USA, ritenendoli un modello sociale, economico, democratico, verso cui tendere.