Stati Uniti, fine Ottocento. Quelli della giovane Dakota Zitkála-Šá sono giorni felici e spensierati. Nelle piccole cose che fa tutto le appare magico e sempre nuovo: accompagnare la madre a prendere l’acqua nel Missouri, rincorrere le nuvole sulle colline, guardare le donne a comporre decorazioni di perline, annusare i profumi delle radici dei campi, ascoltare i racconti degli anziani sui miti del suo popolo. La vita scorre gioiosa nelle sue vene e cresce il desiderio di seguire i missionari bianchi per andare, contro il parere materno, nelle scuole dell’Est, nell’immaginifico “Paese delle Mele Rosse”, a imparare a leggere e a scrivere. La realtà spesso non è però quella che si sogna. Ai grandi spazi dell’Ovest si sovrappongono le pareti asettiche e le volte enormi di edifici che impediscono di vedere il cielo, ai comodi mocassini scarpe rigide e ruvide, alla libertà regole ferree: capelli tagliati corti, orari, punizioni per qualsiasi infrazione. È la legge del “viso pallido” alla quale ogni indiano deve sottomettersi. Nulla per la ragazza pellerossa è più come prima, nonostante gli ottimi risultati scolastici e la prospettiva di diventare un insegnante della sua gente, è infelice e insoddisfatta, sospesa tra la presunta civiltà dei bianchi e il mondo naturale all’aria aperta delle grandi praterie della sua terra...

Zitkála-Šá, Red Bird in lingua Dakota, è stata a cavallo tra l’800 e il ‘900 scrittrice, traduttrice, musicista, ma soprattutto un’attivista per i diritti civili dei Nativi Americani. Diversamente da Old Indian Legends, dove riportava le leggende e i costumi dei Dakota, in quest’opera sposta completamente l’attenzione sulla minaccia dell’”uomo bianco” di voler cancellare l’identità culturale di un’intera etnia trasformandola in un’appendice statunitense. Lo si nota sia nella prima parte autobiografica, in cui l’autrice contrappone la sua infanzia solare alla mortificante esperienza negli istituti pedagogici dell’Est, sia nei racconti della seconda dedicati agli Sioux. Con acume introspettivo è sottolineato lo spaesamento psicologico e intellettuale di chi è permeato dalla società yankee. Sia Zitkála-Šá sia il giovane indiano diventato predicatore de Il Sioux dal cuore tenero non sanno più chi sono, perché divisi tra il Grande Spirito e il Dio cristiano, le tradizioni delle loro tribù e gli insegnamenti della cosiddetta civilizzazione. A più di cento anni di distanza le questioni sollevate da American Indian Stories sulle condizioni dei pellerossa d’America restano aperte e irrisolte, come ha voluto anche chiarire un regista della statura di Martin Scorsese nello struggente e poetico Killers of the Flower Moon.