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American psycho

American psycho

Anni Ottanta, New York. Due giovani ben vestiti sono sul sedile posteriore di un taxi. Timothy Price guarda la parola “paura” scritta con lo spray rosso sulla facciata di un McDonald’s tra la Quarta e la Settima. Si lamenta con il suo compagno di viaggio e col tassista – come in una litania – del lavoro, dello stipendio, dell’immondizia, delle malattie, del volume dell’autoradio che vorrebbe più alto. Apre la sua valigetta Tumi di vitello comprata da D.F. Sanders e ne tira fuori un giornale, poi lo sfoglia ed elenca ad alta voce una serie di notizie allucinanti: mafia, omicidi, manifestazioni comuniste, giocatori di baseball con l’AIDS, boom dei senzatetto, maniaci vari, trafficanti di bambini… Indossa “un completo in lana e seta a sei bottoni Ermenegildo Zegna, una camicia di cotone con polsini alla francese Ike Behar, una cravatta di seta Ralph Lauren e scarpe di cuoio con la mascherina Fratelli Rossetti”. Un’altra occhiata distratta al giornale: “adesso c’è questa teoria secondo cui se puoi beccarti il virus dell’AIDS facendo sesso con qualcuno che è sieropositivo allora puoi beccarti qualsiasi altra cosa, che sia un virus oppure no: l’Alzheimer, la distrofia muscolare, l’emofilia, la leucemia, l’anoressia, il diabete, il cancro, la sclerosi multipla, la cirrosi epatica, la dislessia, Cristosanto – persino la dislessia ti puoi beccare, dalla fica”. L’altro passeggero sta zitto. Fuori dal taxi, sul marciapiede, grassi piccioni quasi neri si contendono pezzi di hot dog davanti agli sguardi oziosi di alcuni travestiti “e un’auto della polizia procede silenziosa contromano”. Il taxi sta portando Timothy Price e Patrick Bateman a casa di Evelyn, la ragazza di quest’ultimo. Intanto Price ha preso a lamentarsi della sua di ragazza, Meredith: “Voglio dire, gliel’ho spiegato che sono uno sensibile. Gliel’ho detto che l’incidente del “Challenger” mi ha scioccato. Cos’altro vuole?”. Ora il taxi è arrivato. Price e Bateman scendono all’angolo tra l’Ottantunesima e Riverside. Bateman si domanda se devono portare dei fiori. “Noooo. Ehi, cazzo, sei tu che te la scopi, Bateman. Perché dovremmo presentarci a Evelyn con un mazzo di fiori?”. Suonano al campanello. Non è Evelyn ad aprire, ma la sua amica Courtney. Indossa “una camicetta di seta Krizia color panna, una gonna di tweed sempre Krizia color ruggine e scarpe da sera d’Orsay in raso di seta Manolo Blahnik”. Bateman rabbrividisce mentre bacia l’aria accanto alla guancia destra della ragazza e poi le porge il suo cappotto di lana nera Giorgio Armani…

American psycho è uno dei casi letterari più esplosivi del Novecento. Fu lanciato puntando tutto sulla violenza e sulla morbosità di alcuni suoi capitoli (pochi in verità, anche se in tutti viaggia sotterranea una violenza indicibile), prova ne è il fatto che le riviste “Time” e “Spy” pubblicarono come anticipazioni rispettivamente la descrizione di uno scuoiamento e quella di una decapitazione con annessa fellatio, entrambe ai danni di giovani donne, scatenando un tale fuoco di fila di polemiche soprattutto da parte di associazioni femminili che la casa editrice Simon and Schuster fu costretta a ritardare l’uscita del romanzo (o temporeggiò ad arte per creare un caso mediatico e vendere così un numero record di copie, a voler essere maliziosi). Ma proprio in questa manovra di marketing, per quanto geniale ed efficace, tesa a cavalcare la tigre dello scalpore e a inserirsi nel filone dei romanzi sui serial-killer così di moda nei primi anni Novanta, sta il seme di un equivoco che non ha affatto giovato all’opera di Ellis. American psycho non è un thriller. American psycho è una metafora. Al punto che persino lo specifico degli omicidi seriali viene messo in discussione dall’autore (smascherandone la natura di puro pretesto) in un finale che lascia in piedi molte interpretazioni. Patrick Bateman, il magnetico, schizoide, sadico yuppie protagonista della vicenda, forse è un assassino, ma senza dubbio alcuno è il feticcio di qualcos’altro, qualcosa che lo trascende. Una parte della critica ha visto nell’apologo di Ellis il de profundis della cultura postmoderna, che Bateman sovverte e contesta ‘dal di dentro’, Arlecchino di un carnevale orribile dove i corpi vengono abusati, venduti, comprati, uccisi, divorati, consumati. Una cultura che celebra la trasgressione del sé negando l’umanità in nome dello spettacolo. Tendenza celebrata e sbeffeggiata allo stesso tempo nei capitoli dedicati all’esaltazione artistica di Huey Lewis & the News, Whitney Houston e Genesis/Phil Collins, tre fra i maggiori protagonisti della frana commercial-kitsch del pop fine anni ’80. Altri critici hanno invece ravvisato un messaggio politico nelle efferate gesta del protagonista del romanzo di Ellis, ed è questa la strada che mi sembra più convincente da percorrere: lo yuppie (broker di Wall Street, tempio del dio dollaro, negli anni dell’edonismo reaganiano) con la sua ossessiva litania di marche, brand, griffe, multinazionali, ristoranti alla moda, hi-fi e cocaina altri non è che il sistema capitalistico in persona, che fatalmente conduce alla spersonalizzazione, alla de-umanizzazione, alla deforestazione dell’anima simboleggiata perfettamente dall’abisso nel quale si avvolge Bateman, mentre schiaccia senza pietà e con inaudita ferocia tutti i ‘deboli’ che gli si parano innanzi. Barboni, animali domestici, prostitute, ex compagne di liceo, conoscenti: la società capitalistica non ha tempo per i non perfettamente omologati, li sfrutta per il suo piacere (eventuale) e poi li getta in una discarica, smembrati, in modo da non avere nemmeno più la parvenza di esseri umani, ma da essere ridotti al rango di cose, oggetti rotti, burattini mutilati, involucri vuoti. La perdita dell’umanità è a quel punto compiuta, sia negli apparenti vincenti, sia nei vinti. La discesa del protagonista nella pazzia e nell’orrore è scandita dalle idiozie della grande sacerdotessa del Capitale, la televisione, con il puntuale riferimento agli argomenti del talk show mattutino di Patty Winters, uno più paradossale dell’altro. Il linguaggio di Bret Easton Ellis è colto, diretto, elegante, e nelle sequenze di violenza raggiunge picchi di abominio tuttora ineguagliati.