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Amiche mie

Amiche mie

Un’ortoressica, una vedova, una fobica e una abbandonata-per-una-più-giovane entrano in un bar… Non è l’incipit di una barzelletta maschilista: sono Sofia, Carla, Vera, Norma e il bar è il Golden Palomino, dove stazionano per tempi più o meno lunghi insieme agli altri genitori, dopo aver affidato la prole alle “patrie aule”. È l’avamposto strategico in cui pianificare le battaglie contro il male, godersi una seduta di gossip, commentare davanti a un caffè e un adulterio le riunioni dei molteplici comitati di genitori, commissioni mensa, commissioni cultura, interclasse, cineforum, commissioni sport che compongono la variegata galassia di impegni di queste figure che traggono senso e forza dal ruolo che riescono rivestire nelle vite dei loro figli. Queste donne e i loro comprimari sono accomunati dalle battaglie contro le lasagne pelose, impegnati a conquistare alleati nelle campagne elettorali, farebbero qualunque cosa per l’attenzione dei media, foss’anche quella del giornalista di primo pelo dell’online del Corriere, divisi dal gossip sociale, di nuovo riuniti sotto il vessillo del cordoglio, paternalisticamente sciovinisti verso i “genitori che non parlano bene italiano”, snob ma benevolenti…

Si godono lo spettacolo delle loro amiche che piangono una perdita, le subissano di cibo mentre affogano i sensi di colpa per non aver notato il lento dissolversi del proprio marito, le assecondano mentre proiettano insicurezze e sensi di colpa sui propri figli e danno dei viziati a quelli degli altri. In un’atmosfera da vaneggiante cinerama su cui scorrono luoghi comuni da rivista femminile, si sogna di scappare per regalarsi nuovi inizi, si pianificano orti della pace che passano inosservati, salvo poi essere surclassati dai più à la page guerrilla gardening, si fanno strampalati progetti per inventarsi un lavoro: dal ristorante al mercatino. Con un linguaggio da rubrica settimanale e un vocabolario di non più di 200 parole, l’ennesimo gruppo di donne-manichino costruite con frattaglie e rigaglie di 40 anni di cultura patinata osserva con assoluto autocompiacimento il proprio affondare fino alle ginocchia nella palude di “crisi di nervi” che le loro madri avrebbero risolto a un tavolo da burraco o con qualche fine settimana alle terme.