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Amistad

Amistad

Estate 1839. Sengbe Pieh – detto Cinque – è una vera celebrità nel suo villaggio. Meritatamente e immeritatamente al tempo stesso. Una notte infatti, destato da un rumore, si è trovato a fronteggiare da solo un feroce leone che era penetrato nello spazio tra le capanne. Pur terrorizzato, è riuscito a scagliare una grossa pietra proprio tra gli occhi della temibile belva, uccidendola quasi per caso ma diventando un eroe. Il pensiero lo consola un po’, ora che è prigioniero a bordo della nave negriera “Amistad” dopo essere stato rapito, portato a Cuba a bordo della “Tecora” tra morte, violenza e malattia e successivamente venduto per 450 dollari e destinato alle piantagioni di canna da zucchero di Puerto Principe. Incatenato nella stiva assieme ad altri cinquantatré africani di diverse tribù – ci sono temne, sherbro, kissi, fula, lokko, iba, mandinka e mende come lui – ora prega per la sua vita mentre la nave è squassata da una terribile tempesta che li ha portati fuori rotta, in mare aperto. Cerca di pensare alla moglie e ai figli, si ripete che farà di tutto per tornare da loro. Per caso Cinque si accorge che un chiodo delle assi del piancito vicino a lui non è stato piantato bene: inizia a tirarlo e spingerlo noncurante della pelle dei polpastrelli che si taglia e sanguina. Tutti i prigionieri vicino a lui lo fissano in silenzio. Finalmente il legno cede e il chiodo scivola fuori. Cinque lo infila nella serratura del collare di metallo, la fa scattare. Allo stesso modo si toglie i bracciali e poi libera i compagni di sventura, uno dopo l’altro. “E ora cosa facciamo?” chiede qualcuno. “Dobbiamo ucciderli tutti, impadronirci della nave e tornare a casa”…

Nella notte tra il 30 giugno e l’1 luglio del 1839 la goletta “Amistad”, capitanata da Ramón Ferrer, che trasportava 53 schiavi africani verso il porto di Guanaja, fu teatro di una sanguinosa rivolta. Guidati da Sengbe Pieh, poi noto negli Stati Uniti d’America come Joseph Cinque, i prigionieri si liberarono dalle catene e riuscirono a impadronirsi della nave, uccidendo diversi membri dell’equipaggio compreso il capitano. A due dei marinai superstiti fu ordinato di invertire la rotta e tornare in Sierra Leone, ma essi finsero soltanto di obbedire, ingannando gli africani navigando di notte verso nord-ovest e di giorno verso est. La “Amistad” fu quindi abbordata il 26 agosto 1839 dal guardacoste “USRC Washington” dello United States Revenue Cutter Service, comandato dal tenente di vascello Thomas Gadney, e da questi presa in custodia e condotta a New London nel Connecticut - dove, a differenza dello Stato di New York, la schiavitù era ancora tecnicamente legale - per potere reclamare la ricompensa dovuta al salvataggio della nave secondo le prassi del diritto marittimo. Gli “schiavi ribelli” furono rinviati a giudizio per ammutinamento nonostante fosse evidente che si trattava di una rivolta legittima contro un rapimento vero e proprio. Il movimento abolizionista negli Stati Uniti era già forte e quindi parte dell’opinione pubblica si oppose al processo e nacque un Comitato della Amistad, che si batté per ottenere la libertà dei prigionieri e l’abolizione della schiavitù. La sentenza, emessa nel gennaio 1840, accolse la tesi della difesa, conferì agli schiavi lo status di uomini liberi e rigettò la rivendicazione della Spagna di Isabella II, che chiedeva la restituzione della nave e degli africani come merce in base al trattato di Pinckney del 1795. Il Presidente USA Martin Van Buren, che voleva mantenere buone relazioni con la Spagna a tutti i costi, portò il caso dinanzi alla Corte Suprema, dove fu dibattuto il 23 febbraio 1841 fino a una storica sentenza di conferma del primo giudizio. Una vicenda di grande importanza e impatto etico e giuridico, ma non molto conosciuta dal grande pubblico. È per questo che nel 1997 Steven Spielberg la scelse per il suo primo film DreamWorks, interpretato da Matthew McConaughey, Djimon Hounsou, Anthony Hopkins, Morgan Freeman, Nigel Hawthorne, David Paymer e Pete Postlethwaite. Questo libro è la novelization della sceneggiatura che David Franzoni e Steven Zaillan scrissero per Spielberg, e ha purtroppo tutti i difetti dei prodotti editoriali di questo tipo. “Racconta” troppo, ha uno stile troppo basic, privo di ogni letterarietà, che diventa a tratti elementare, semplicistico e inoltre Alexs Pate (su tutti i siti italiani riportato erroneamente e sciattamente come Alex) dà colpevolmente per scontato che il lettore abbia già visto il film e abbia lo sguardo benevolo del fan. Ma oltre all’importanza del tema, questo libro ha un altro pregio, e non da poco. Riesce a dare spessore a un gruppo di personaggi che non è ben rappresentato nel film di Spielberg: gli africani. Non dovendo usare sottotitoli come Spielberg per ovviare al fatto che Joseph Cinque e i suoi non parlavano ovviamente inglese, Pate ha l’opportunità di lavorare meglio sui personaggi, di sottolineare le differenze tribali e caratteriali, rendendo loro giustizia. Nota a margine: gli epigrammi che si trovano all’inizio di molti dei capitoli sono proverbi mende raccolti da Arthur Abraham e Abibu Tamu, esperti di folklore della Sierra Leone.