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Amore, ecc.

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Stuart ricorda ogni cosa. Ricorda innanzi tutto che il suo nome è Stuart Hughes. Non ha secondo nome. Hughes è il cognome dei suoi genitori, che sono stati sposati venticinque anni. All’inizio il nome Stuart non gli piaceva granché, ma alla fine ci ha fatto il callo. Intorno a lui, invece, c’è qualcuno che il suo nome l’ha cambiato, eccome. Uno di questi è Oliver, che ha il brutto difetto di correggerlo tutte le volte che parla. Oliver è un grande amico di Stuart, ma è davvero pedante. E quando i due discutono, in genere per qualcosa che Stuart ha detto e che l’amico trova scorretto, Gill se la ride. Gill, a proposito, è Gillian, la moglie di Stuart. Dicevamo che Oliver è un pedante, ma quel che davvero importa sapere è che, quando lui e Stuart si sono conosciuti, non era certo questo il suo nome. No, il compagno di scuola di Stuart all’epoca si chiamava Nigel O. Russell e nessuno si è mai chiesto, in quegli anni, a cosa accidenti corrispondesse quella O. Dopo la scuola superiore Stuart non è andato all’università, Nigel invece sì. È partito per il primo trimestre e quando è tornato, è diventato Oliver. Oliver Russell. Ha soppresso la N, anche nel nome stampato sul blocchetto degli assegni. In ogni caso Oliver – o Nigel che dir si voglia – è il testimone alle nozze di Stuart e Gill. I due si sposano in una dolce mattina di giugno in cui il cielo è azzurro e un piacevole venticello rende la giornata perfetta per un matrimonio. Le persone presenti alla celebrazione, davanti a un ufficiale di stato civile che svolge il suo ruolo nel pieno rispetto delle formalità, sono sei: Stuart, Gill, Oliver, Mme Wyatt – la mamma di Gill –, la sorella di Stuart, che si è sposata, separata e ha cambiato nome e una vecchia zia di Gill di cui Stuart non ricorda il nome, ma è certo che al momento del matrimonio non sia più quello originario. I due sposi sono felici e immortalano la giornata scattando qualche foto all’esterno del municipio, sotto l’orologio. Poi si recano tutti al ristorante dove mangiano salmone ai ferri e bevono champagne. Oliver tiene addirittura un discorso e lo infarcisce di parole interminabili, che il resto del gruppo accompagna con un coro di urletti …

Il romanzo di Julian Barnes – prolifico scrittore britannico, che ha pubblicato anche avvalendosi di uno pseudonimo – è una sorta di copione teatrale, in cui si alternano le voci e i gesti di tre personaggi, di cui Stuart e Oliver sono uno l’esatto opposto dell’altro. Entrambi colti e intelligenti, il primo è impacciato e piuttosto riflessivo, mentre il secondo è godereccio e istintivo. Stuart ha mille tic, mille manie, tra cui spicca quella di voler trovare un senso alla vita soprattutto attraverso le parole e la memoria. Ma la memoria, si sa, inganna e anche le parole, specie se taciute, possono portare guai. Sì, perché, quando la situazione degenera e l’amicizia a tre diventa il più classico dei triangoli, sono i silenzi e i non detti, le parole pensate ma non esternate, le spiegazioni desiderate ma non chieste, le situazioni date per scontate e le piccole bugie quelle che conducono le relazioni allo sfascio e, forse, al punto di non ritorno. Con una prosa ricca di humour, che esalta la comicità innata dell’autore, già mostrata in altri scritti, Barnes scrive una storia fatta inizialmente di quotidianità, che finisce poi per sfaldarsi e presentare quelle caratteristiche tipiche di una storia d’amore in cui gli alti e bassi si alternano come i giorni della settimana sul calendario. Va tuttavia sottolineato che Barnes finisce per raccontare una storia un po’ troppo scontata, in cui tutti i passaggi della vicenda sono assolutamente prevedibili. Il rischio, quindi, è quello di annoiare il lettore, nonostante la maestria dell’autore, che ha una penna sagace e tagliente al punto giusto, capace di mostrarci tre figure impegnate in un peculiare giro di giostra, al termine del quale ciascuno è un po’ frastornato e abbacchiato, ma non ha capito granché di quanto sia davvero accaduto.