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Anarchy in the UKR

Anarchy in the UKR

Se solo i treni ucraini potessero parlare racconterebbero tantissime storie sui loro passeggeri e su quei vagoni di terza classe con i lenzuolini sovietici sempre umidi, le sconfinate pianure innevate e quell’oscurità che sembrava divorare tutto nonostante il treno viaggiasse a oriente, verso il sorgere del sole. Ancora più notevole la variopinta galleria di caratteristi che affollava quel treno notturno da Sumy a Luhans’k: ex carcerati, prostitute che derubavano i clienti dopo averli drogati e controllori in prova già ubriachi prima del fischio di partenza. Al centro della storia il protagonista-autore che a volte paga il biglietto, ma più spesso evita perché sa bene come navigare all’interno delle carrozze evitando abilmente i controllori. Durante un viaggio notturno in particolare Žadan conosce una giovane allieva della scuola di polizia e viene attanagliato da un dubbio lacerante: perché i poliziotti non possono fare sesso tra loro? Forse gli metteranno del bromuro nel kompot per aiutarli a soffocare le loro pulsioni? Serhij Žadan, classe 1974, poeta, scrittore, musicista e attivista ucraino, in un’intervista dichiarò di voler scrivere un libro sull’anarchismo. Egli stesso non sa perché abbia detto questa frase: non aveva neppure voglia di scrivere un libro su questo tema. E questa però – conclude – non è una ragione per non scriverlo…

Può l’anarchismo essere poetico? Quello che sembra dire Serhij Žadan è che l’anarchismo non può che essere poetico. Diviso in sei parti, questo libro così difficile da definire sembra unire forma e contenuto in un divertissement in cui si possono trovare tanti generi diversi: dall’autobiografia a una sorta di manifesto anarchico, dal diario di viaggio al reportage storico, dal racconto grottesco alla favola suburbana. È come se Žadan avesse voluto scrivere un romanzo di formazione senza il romanzo e con una formazione destinata a diventare distruzione di ogni forma di potere opprimente, inclusa la gabbia del genere letterario. La materia prima sono gli stessi ricordi dell’autore, nonostante egli stesso dica che “tornare nei luoghi in cui sei cresciuto è quasi come tornare in un crematorio dove ti hanno già bruciato una volta”. Eppure l’autore non può fare a meno di rievocare, come un bambino che si gratti la crosta di una ferita recente anche se sa che sanguinerà di nuovo, ma non ne può fare a meno perché è troppo divertente. Sono così tanti i temi, i personaggi, i ricordi che si affollano in queste pagine piene di ironia, divertimento e stranezze che è davvero arduo ridurre tutto nello spazio di una recensione. Quello che colpisce è l’impatto di Žadan in qualunque cosa racconti, che assume una dimensione così ironica da diventare una sorta di antiepica. Ogni sua azione ha una dimensione umana e straordinaria. La sua goffa sostituzione di una bandiera rossa sovietica con una bandiera ucraina. La sua passione per i gagliardetti e i suoi scontri con il postino. L’enorme Hotel Charkiv, in cui si potrebbe passare tutta la vita senza mai uscirne, nemmeno da morti. Il bizzarro Šura e il suo viziatissimo boxer St’opa. Fare sesso con una ragazza ubriaca che prega di non toccarle i capelli con la preoccupazione di cambiare lato a Sticky Fingers prima che il prezioso vinile si autodistrugga. Come indicato dallo stesso titolo del libro c’è tanta musica in queste pagine apparentemente slegate. In effetti una possibile chiave di lettura è proprio nella quarta parte: le “dieci tracce che vorrei ascoltare alla mia commemorazione funebre”, in cui a ogni canzone è collegato un ricordo, una storia, una stravaganza. Forse lo stesso volume è una lunga playlist (più che di una improvvisazione jazz) della memoria in cui il suono delle parole e il loro senso sono allo stesso tempo musica e testo di tante canzoni che agitano l’immaginario dello stesso Žadan. Davvero notevole lo sforzo di traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč, che sono riuscite a dare al testo una tessitura sonora e musicale, sicuramente restituendo in italiano qualcosa dell’andamento prosodico dell’originale. Da non perdere la postfazione: le postfazioni sono sempre un gesto di particolare gentilezza nei confronti del lettore e sembrano dire “fatti la tua idea sul libro”, poi se vuoi ascoltare qualcosa in più… sono qui. Assolutamente condivisibile la speranza che anche questo libro contribuisca a rendere la letteratura ucraina più visibile tra le letterature europee (visto che non ha nulla da invidiare loro). Appropriata la decisione di indicare i toponomi secondo la trascrizione ucraina e non secondo la trascrizione russa, anche quando più comune.