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Anatomia della battaglia

Anatomia della battaglia

È il 1986, a Chernobyl è da poco esploso il rettore 4 e l’atmosfera ha portato le nubi tossiche al di qua delle Alpi, che scendono a terra sotto forma di pioggia. Quando finalmente le autorità si decidono a diffondere l’allarme da contaminazione, tutti smettono di mangiare latte e verdure. Tutti, tranne suo padre, che sostiene che la sua insalata sia ottima e che è tutta un’invenzione dei politici. A chiunque passi di lì, suo padre mostra – con boria e fierezza – di essere sano come un pesce, pur continuando a mangiare il radicchio e tutti gli altri prodotti del suo orto, invitando i passanti a fare altrettanto. Già, i passanti, gli altri. Erano delle pecore che avevano avuto paura durante la guerra (la Seconda), erano allievi dei preti, impiegati statali con il posto fisso e democristiani da trent’anni e passa, dice lui. Suo padre, invece, è fascista. Al contrario di suo figlio, che porta avanti la lotta armata di sinistra. Sebbene in quel periodo lavori nel Centro di Lotta contro la Desertificazione del Kébili, una piccola oasi tunisina ai limiti del deserto. È partito per quell’incarico per prendere una tregua dalla lotta armata, una sorta di cordone di fuga che gli si è palesato davanti nel momento del bisogno…

Uscito originariamente nel 2005 per la casa editrice Sironi, Anatomia della battaglia viene riproposto per il suo ventesimo anniversario da Terrarossa, inserito nella collana Fondanti. Con tutta probabilità, Anatomia della battaglia è lo scritto più celebre e riuscito dell’agronomo trentino stanziato a Parigi Giacomo Sartori. Si tratta infatti di un romanzo di autofiction, narrato in prima persona, nel quale il protagonista si specchia in suo padre, per poi alla fine vedere se stesso. Questo padre che ha fatto la guerra da volontario, è stato un fascista convinto e della prima ora, e ha conservato il carattere e gli insegnamenti inculcategli durante il fascismo: disciplina ferrea, sportivo accanito, donnaiolo, maschio dominante. Giacomo, dal canto suo, non può essere più diverso: sconclusionato, appartenente all’estrema sinistra, molle. Eppure, entrambi sono uniti da un filo rosso neanche così nascosto: un amore inossidabile per il conflitto e il confronto, alimentato da un odio insanabile che deriva da quella cultura che ha permeato l’Italia per quasi tutto il XX secolo. Ma Anatomia della battaglia è anche una storia che offre parecchi spunti di riflessione sul rapporto padre-figlio, e di come reagiscano questi ultimi all’invecchiamento e al deterioramento dei propri genitori. Senza possibilità di comunicazione, di esprimere sentimenti e, soprattutto, senza apertura l’uno dei confronti dell’altro.