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Anche gli alberi caduti sono il bosco

Anche gli alberi caduti sono il bosco

Guillermina e Belinda giocano insieme da quando sono bambinette: corrono nell’estancia [una sorta di corte rurale contadina], frequentano la scuola dell’estancia, si mascherano, immaginano storie che scrivono sulla pampa piatta ed arida come un foglio bianco. Conoscono la storia di Carmen e la rappresentano più e più volte: prima una di loro è il torero, poi sceglie di fare Carmen. Hanno sentito queste storie dai grandi, ma il loro mondo è più bello, non come quello dei grandi, sempre in lite, sempre rissosi. Juan Aranciba decide però che Belinda non può più tornare a casa con la figlia di Cáceres, anche se Belinda non ha ben capito il motivo. Le due ragazzine non si lasciano vincere dal divieto e costruiscono una casa sul monte, lontano da tutti e tutto, usando dei rami e delle foglie e immaginano quanto possa essere bella e comoda la vita lì, al riparo dagli adulti. Terminata, la casa diventa la dimora del prete e di Camila, che si amano, ma devono nascondersi, finché non saranno scoperti e fucilati. Come si fa a morire? Com’è la morte? Immaginano la scena a rallentatore, cadono piano nel fango coprendosi meticolasamente il corpo, il volto ed i piedi finché tutto non diventa troppo freddo. Allora hanno capito che la morte è così, fredda. Guillermina e Belinda non sanno che quelli sono gli ultimi giochi che condivideranno, perché la stupidità dei grandi le costringerà a separarsi: dopo una lite furibonda, la famiglia di Guillermina è costretta ad abbandonare l’estancia e trasferirsi in città. Ma l’amicizia fra le due amiche non si esaurisce con la lontananza, anzi la separazione le unisce ancora di più...

Alejandra Kamiya è nata nel 1966 a Buenos Aires da padre giapponese e madre argentina. Alejandra è la perfetta fusione di queste due culture, così distanti fra loro, ma perfettamente complementari: da una parte la cura per il particolare e per la pulizia della parola, con una scrittura levigata, essenziale, curata nei dettagli, scaturita da un lavoro accurato di scelta lessicale (non a caso nei racconti che compongono Anche gli alberi caduti sono il bosco Alejandra ricorda l’importanza dei nomi delle cose, del linguaggio ricercato, anche attraverso la figura del padre che leggeva il dizionario di spagnolo acquisendo una conoscenza specifica di vocaboli talvolta desueti), ma anche la vena narrativa strabordante, a tratti grottesca, tipica degli scrittori sudamericani. Lo stile dei racconti brevi di Kamiya vive e si nutre di contrasti, lessicali e narrativi, ma ha la capacità di proiettare il lettore, con delicatezza e altrettanta decisione, in una dimensione narrativa ineluttabile, nel bene e, come capita spesso, nel male. Non ha nessuna venatura epica né didascalica, ma è intrisa di autobiografia e stupore: da un fatto personale spinge la narrazione all’eccesso opposto, stressato fino all’assurdità del verosimile, trattando con semplicità ed austerità temi e situazioni anche sgradevoli, come l’amicizia segreta e immortale di due bambine che poi diventano donne, la guerra, gli abusi familiari, la maternità e il suicidio. Infine è di notevole pregio la fattura dei racconti brevi, che sembrano trasporre in una cristallina prosa poetica il modello degli haiku giapponesi trasportati nella pampa argentina. Sicuramente un ottimo esordio per la casa editrice Ventanas che propone autori ed autrici sconosciuti al grande pubblico, ma dalla cifra letteraria, stilistica e culturale, altissima, come nel caso di Alejandra Kamiya.