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Anello di piombo

L’ispettore Sebastiano Neri, detto Tanone, ha appena finito di fare l’amore con Martina. A volte lei gli racconta un po’ di Nunzio, quel suo uomo tanto più anziano. Di solito, però, non parlano del mondo che esiste nelle reciproche case, non parlano della moglie maestra di Tanone né del figlio ammalato; non parlano del lavoro di Martina alla Narcotici, che la obbliga a turni massacranti. Quando sono insieme, il tempo è sospeso, un’oasi che dura da quasi un anno. Ora Martina lo allontana con fare sbrigativo: al marito ha detto che avrebbe finito il turno alle sei e lo deve raggiungere; infila gli anelli e saluta, mentre Tanone si trattiene un po’ più a lungo in quella che è diventata la casa dei loro incontri, legge un po’ ed osserva dalla finestra Milano mentre si sveglia. Poi carica le lenzuola nel portabagagli e, di ottimo umore, si dirige verso la questura, ma in via Palestro incrocia, sulla corsia opposta, l’ispettore Scorpacciati, il sovrintendente Corbo e l’agente Ferro che lo informano, in un dialogo da finestrino a finestrino, che il professor Rupp è stato ammazzato. Tanone fa inversione e si accoda all’Alfa marrone. Eleuterio Rupp, famoso psichiatra milanese, si trova sul sedile del guidatore del suo Maggiolino, sul marciapiede in corrispondenza del civico numero 5 in piazza Fratelli Bandiera. Ha la testa reclinata sul sedile lato passeggero ed il piede sinistro ancora appoggiato all’esterno. Ad ucciderlo sono stati quattro proiettili: uno è conficcato a livello della terza vertebra cervicale, mentre gli altri tre vengono ritrovati dalla Scientifica nell’abitacolo. Entrati e usciti, calibro 38. Tanone e gli altri salgono in casa dello psichiatra e si trovano di fronte ad una abitazione immensa, almeno trecento metri quadri su due livelli, più una mansarda. È lì, in cima all’appartamento, che Rupp aveva il suo studio, otto metri per dodici, pavimento di noce e tre immensi lucernari. Tanone osserva, appeso dietro la sedia in pelle dello psichiatra, un grande quadro che conosce, ma non sa identificare; poi ci sono, tra i libri del prof, numerosi volumi di Storia e due interi scaffali che riguardano gli anni della strategia della tensione ed arrivano sino all’omicidio di Aldo Moro, maggio 1978, sei anni fa…

Torna l’ispettore Francesco Bagni, nato dalla penna di Piero Colaprico - scrittore dallo stile avvincente ed efficace, in cui nulla è lasciato al caso, e giornalista che da anni scrive di malavita per “La Repubblica” - e già protagonista di Trilogia della città di M. e La strategia del gambero. Questa volta Bagni deve cercare di trovare il bandolo di una matassa piuttosto intricata e contorta che, anni prima, è costata la vita, tra gli altri, anche a Sebastiano Nesi, per tutti Tanone, suo grande amico e mentore. A metà degli anni Ottanta, a Milano, Tanone si stava occupando del caso dello psichiatra Eleuterio Rupp, freddato sotto casa in quella che sembrava in tutto e per tutto una resa dei conti. Ma chi aveva voluto il silenzio di uno stimatissimo professore? Perché conservava nell’armadio una pistola carica? Perché uno schedario nel suo studio, con il nome dei pazienti più gravi, era sparito? Che significato aveva la riproduzione dell’uomo Vitruviano che era nel suo studio? E perché pareva essere ossessionato dalla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura? Tanone non era riuscito a trovare risposta a tutti questi interrogativi, perché era stato a sua volta trovato morto, nel bagno di un appartamento posto sotto sequestro. Il suo caso però era apparso già risolto in partenza, a causa degli innumerevoli indizi a carico di un uomo della Digos che, pare, avesse agito per gelosia. Ma era andata così davvero? Ora Bagni cerca una pista o un indizio, uno qualsiasi, tra le pagine di un diario che l’amico ispettore è riuscito in qualche modo a fargli recapitare prima di morire, che permetta di stabilire un collegamento tra l’inchiesta che Tanone stava seguendo, l’uccisione di Rupp appunto, la sua stessa morte e, forse, la strage di Piazza Fontana. Un dolore sordo ed intenso accompagna Francesco in questa ricerca, un dolore causato dalla difficile elaborazione del lutto e dalla consapevolezza di essere solo a dipanare i segreti di uno Stato che, se apparentemente sembra pulito e forte, nasconde in realtà un’altra faccia, illegale ed occulta. Attraverso l’ispettore Bagni e la sua indagine, che fa di questo romanzo non solo un buon giallo, ma un esempio di letteratura civile impegnata, il lettore viene preso per mano ed invitato a toccare con mano i tanti misteri ancora irrisolti e legati ad uno dei momenti più cupi del nostro passato: gli anni di piombo, la violenza del terrorismo, la strategia delle tensioni, le stragi. Non è un caso che il libro sia stato dedicato, tra gli altri, anche ad Antonio Iosa, recentemente scomparso, colpevole di aver infiltrato la Democrazia Cristiana nella classe operaia e per questo gambizzato nel 1980, dalla colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse. Un romanzo avvincente e ben architettato, consigliato a chi, oltre che godere di una buona lettura, voglia anche trovare informazioni e riflettere sulla propria coscienza civile.