Un vecchio lupo è rintanato nel suo rifugio, mentre la bufera scatena la propria furia sulla tundra. Non è un lupo qualsiasi: è un lupo con un nome. Il popolo nenec lo ha soprannominato Diavolo zoppo per la sua scaltrezza e imprevedibilità. Il lupo non vorrebbe affrontare la tempesta, ma il suo stomaco è vuoto da troppi giorni e il suo istinto gli dice che, con un tempo come questo, troverà senz’altro una renna esausta, abbandonata dal resto della mandria. Tuttavia, sa benissimo di dover essere cauto, perché l’esperienza gli ha insegnato che l’animale più pericoloso è proprio l’uomo. È stata una delle tagliole del bipede più pericoloso delle distese del nord a portargli via una zampa posteriore. È stato questo evento a far nascere in lui questo odio, questa rabbia che lo acceca e lo rende il nemico più fiero degli umani. L’anziano Seberuj Nogo quella notte non ha chiuso occhio. Il vento ha fischiato in maniera assordante e lo strato di pelliccia del suo rifugio di fronte al gelo estremo non era in grado di proteggerlo in modo adeguato. La sua preoccupazione però è per la moglie e per una delle figlie, che devono tornare a casa dopo aver viaggiato alla ricerca di provviste. La figlia maggiore, Aniko, invece è lontana: è andata in una città lontana per studiare e per imparare una professione. Il dubbio di Seberuj è bruciante, perché non sa se la figlia prenderà la decisione di tornare per dare continuità ai Nogo o se deciderà di lasciare per sempre la terra nativa…

Chi pensa che la letteratura dell’epoca sovietica sia fatta solo di opere celebrative che inneggiano al potere, rimarrebbe molto spiazzato da questa opera prima di Anna Nerkagi, venticinquenne alla pubblicazione nel 1977. È necessario dire che le opere letterarie di non nativi russofoni, viste dal punto di vista dell’estraneità rispetto alla cultura russa, non sono frequenti. Questo primo libro è peraltro fortemente autobiografico. Anche Anna aveva perso la madre e si è trovata a compiere una scelta rispetto a un padre a cui non era molto legata, decidendo se abbracciare la sua cultura d’origine o se proseguire l’università. Adesso sappiamo che l’autrice ha deciso di preservare la memoria del proprio popolo: è diventata educatrice e accoglie orfani della propria comunità trasmettendo l’eredità dei nenec e, allo stesso tempo, educandoli secondo i valori del cristianesimo ortodosso. Per quanto riguarda il romanzo Aniko, è molto significativo che l’inizio sia affidato al punto di vista di un animale come il lupo Diavolo zoppo. Gli animali, nell’economia del romanzo, non sono soltanto la voce della natura e la rappresentazione del legame del popolo nenec ai cicli vitali, ma rappresentano il vero e proprio aspetto epico del romanzo. La lotta tra i due animali principali, Diavolo zoppo e il cane di Seberuj, Buro, assume una valenza omerica nella difesa di valori esistenziali che trascendono epoche, culture e persino specie diverse. Tra i personaggi, è opportuno menzionare Pavel’, che registra canzoni e storie popolari per preservare la cultura nenec, come un Lomax statunitense o un Carpitella in Italia. Da questo punto di vista, la Russia sovietica ne esce decisamente bene. Nel 2023, Polina Sajfullina ha realizzato una graphic novel, tratta da Aniko. Totalmente in bianco e nero per rafforzare la luminosità dell’inverno, è un’opera di 250 pagine che può vantare 650 illustrazioni. Lodevole lo sforzo da parte di Utopia, che ha saputo trarre dalle ceneri della letteratura sovietica un vero e proprio diamante. Romanzo di formazione, epopea di un popolo e denuncia sociale (ad esempio l’autrice affronta il tema dell’alcolismo) sono intrecciate in una storia profondamente personale e, di conseguenza, assolutamente universale.