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Animal factory

animal factory

Anni ’70. Il venticinquenne Ronald Decker sta pensando: “Oggi è finita”. È in fila assieme a cinquecento altri carcerati – col suo abito pulito di velluto a coste – tra la puzza di diesel e sudore. Sono tutti in attesa di salire sugli autobus dai finestrini sbarrati che li porteranno in tribunale per i loro processi. L’avvocato ha tentato di evitargli la prigione, ma il fatto che la polizia gli abbia trovato “un garage con duecento chili di marijuana e un tavolo da cucina con sopra oltre un chilo di cocaina” non ha giocato certo a suo favore, anzi. Il vice del procuratore lo ha definito “il ragazzo prodigio degli spacciatori” e la pubblica accusa – che di solito non conosce neanche un caso su cento nei particolari – ha addirittura inviato personalmente una lettera al giudice richiedendo per Ronald espressamente la prigione, figuriamoci. Alle 6.20 gli autobus partono, diretti ognuno a un tribunale di quella vasta contea: Santa Monica, Lancaster, Torrance, Long Beach, Citrus, Temple City, South Gate. Nessun tribunale si riunisce prima delle dieci, ma alla polizia piace partire presto. Alcuni passeggeri incatenati neanche fanno caso alla strada, chiusi nei loro pensieri cupi: altri fissano avidamente ogni cosa dai finestrini, soprattutto le donne. Ronald è stanco e depresso, dopo quattro mesi di carcere in attesa del processo ha perso quasi dieci chili, anche se questo non gli impedisce di essere ancora molto attraente e anzi ha reso i suoi tratti ancora più efebici, cosa che – lo sa benissimo – in prigione è veramente rischiosa. Giunti al tribunale, i prigionieri vengono chiusi in una cella tutti insieme in attesa di essere convocati. Passa per un breve colloquio l’avvocato di Roland, Jacob Horvath, e non ha buone notizie per lui: il sostituto procuratore sarebbe anche favorevole a mandarlo in un centro di riabilitazione invece che in prigione, “ma i pezzi grossi giù in città hanno messo gli occhi su questo caso”. Ciononostante, il giudice non vuole infierire, a quanto pare: vuole vedere Ronald in galera, ma non per tanti anni. “Stia lontano dai guai e la tiro fuori tra un paio d’anni, quando le acque si sono calmate”, conclude l’avvocato. A lui sembrano buone notizie, ma Ronald precipita in una cupa depressione…

Un dandy di buona famiglia nella California degli anni Settanta, sconvolta dal boom delle droghe pesanti e dalle lotte razziali, finisce a San Quentin. Lo attendono nella migliore delle ipotesi due anni di terrore: sa quale trattamento infatti viene riservato ai giovani belli e delicati come lui nell’inferno della prigione. Verrà stuprato a ripetizione, a meno che non riesca a trovare la protezione di qualche carcerato influente, al quale naturalmente dovrà comunque concedersi, diventando “la sua ragazza”. Earl Copen però – un vero veterano del penitenziario, entrato a San Quentin a diciannove anni (ora ne ha trentasette, anche se ne dimostra almeno cinquanta) – prende Ronald sotto la sua ala protettiva senza pretendere sesso in cambio. Certo, ammette candidamente che la sua è una infatuazione, non lo fa certo per amore di giustizia (“come qualsiasi altro con un simile passato, non era contrario alle checche e ai bei ragazzini. Dopo tanti anni senza una donna, un surrogato poteva essere altrettanto eccitante”), ma comunque difende il giovane spacciatore borghese dalle voglie rapaci di altri carcerati e lo aiuta, come una sorta di Virgilio, a comprendere le spietate leggi non scritte di San Quentin, che lui conosce come se ci fosse nato e nel quale ha intessuto negli anni una fitta rete di clientele, corruzione e rapporti. Uscito nel 1977, Animal factory è il secondo romanzo di Edward Bunker dopo il memorabile Educazione di una canaglia e – sebbene ne condivida l’impronta autobiografica – non ne eguaglia per nulla la forza. Il plot, confusionario e inconcludente, va avanti stancamente nonostante l’ambientazione suggestiva (i “prison novel” sono un sottogenere letterario blindato – mi si passi l’aggettivo! –, di sicuro effetto) e i protagonisti azzeccati (soprattutto il calvo e disincantato Earl Copen, con il suo darwinismo esistenzial-carcerario). Su sceneggiatura dello stesso Bunker, Animal factory è divenuto nel 2000 un film di Steve Buscemi, interpretato da Willem Dafoe ed Edward Furlong.