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Animale

Animale

Joan è al ristorante. È in compagnia di un uomo sposato. Il ristorante si chiama “Piadina” e ha le pareti tappezzate di foto di vecchie signore italiane, con le dita infarinate, che preparano gnocchi di patate. Joan ha davanti a sé un piatto di tagliatelle alla bolognese, condite con un denso ragù color ruggine e decorate con un ciuffo di prezzemolo. Quando dalla porta di ingresso entra Vic, Joan nota che, come al solito, indossa giacca e cravatta. D’altra parte, le è capitato solo una volta di vedere quell’uomo - che è il suo capo e non ama farsi chiamare con il suo nome completo, Victor - in jeans e maglietta. Vic è un uomo cortese e intelligente, con un viso cordiale e una profonda generosità d’animo. È padre di due figli, una femmina e un maschio - quest’ultimo ha un ritardo mentale, ma Vic non gliene ha mai fatto parola -, ha un’ottima proprietà di linguaggio e un riportino impeccabile. Insieme, Joan e Vic hanno frequentato centinaia di ristoranti: hanno mangiato grosse bistecche in steakhouse esclusive, mentre i camerieri flirtavano con Joan, convinti che Vic fosse suo padre, o un marito parecchio più anziano di lei, o un amante. E in effetti Vic e Joan sono amanti. Lui è art director dell’azienda in cui lei è impiegata. Comincia come assistente del direttore, ma poi lui la promuove copywriter. All’inizio i suoi complimenti la lusingano, ma a poco a poco la giovane si convince di meritarli davvero. Nel frattempo, i due cominciano a fare sesso. Per diversi anni la relazione va avanti, finché nella vita di Joan arriva un uomo dal Montana, Big Sky. Con lui, Joan relega Vic negli abissi di quel che un uomo possa sopportare. Ora eccolo lì Vic. È in quel ristorante, davanti a lei. Estrae una pistola e si spara un colpo in testa. Il sangue cola fuori come liquore e in quel sangue Joan vede il riflesso del proprio passato. Ecco perché poi decide di prendere l’auto e andarsene da New York…

Irresistibile per gli uomini, respingente per le donne, depravata per sua stessa ammissione, Joan, la protagonista del romanzo di Lisa Taddeo - scrittrice che vive negli States ma vanta origini italiane: il padre è italo-statunitense, mentre la madre è romagnola - si serve di un linguaggio diretto e privo di fronzoli per raccontare una realtà sconvolgente e dura. Con un incipit che inchioda il lettore alla pagina sin dalla prima riga, la Taddeo racconta il dolore e la rabbia di Joan, figura fastidiosa e ammaliante allo stesso tempo, che, incatenata a un passato fatto di ferite e traumi, in una Los Angeles atipica - non conserva alcunché delle luci sfavillanti attraverso cui la letteratura in genere la rappresenta - cerca a tutti i costi di avvicinare un’affascinante insegnante di yoga e tenta allo stesso tempo di sfuggire alla vendetta della figlia del suo ex amante, l’uomo sedotto e abbandonato che si è fatto esplodere la testa di fronte a lei in un ristorante di New York. Impegnata come al solito ad approfondire le tematiche legate al complesso mondo delle relazioni e della natura del desiderio, la Taddeo si serve di una tecnica narrativa che fa del flusso di coscienza, intimo e spiazzante, il motore della vicenda, attraverso cui il lettore può conoscere il passato di Joan, fatto di abusi e di violenze, di vulnerabilità e ferite, di profonde voragini e scarsi ricordi felici. Una narrazione durissima e spietata, nella quale a volte si avverte il pericolo, disturbante, di un indulgere eccessivo nel trauma; una storia in cui a dominare è il tentativo di dare un senso al proprio passato; un romanzo che racconta il dolore e insegna, soprattutto, a non giudicare e a non giustificare, invitando il lettore a vestire i panni dei protagonisti e comprenderne i gesti e il fine ultimo, che altro non è se non il desiderio, comune a tutti, di essere amati e accettati.