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Animals – Il lato oscuro dei Pink Floyd

Animals – Il lato oscuro dei Pink Floyd

Nel 1976 i Pink Floyd sono a tutti gli effetti uno dei gruppi rock più famosi del pianeta. La doppietta The Dark Side of the Moon / Wish You Were Here li ha collocati di diritto nel pantheon dei grandi della musica e, di conseguenza, le pressioni iniziano a farsi sentire. I discografici, il pubblico e la critica premono per sapere quale sarà la prossima mossa di questi quattro camaleonti, capaci di passare con nonchalance dalla psichedelia al progressive, fino a coniare un sound unico nel suo genere. Waters, Gilmour, Mason e Wright si vedono nei Britannia Row Studios – il loro studio nuovo di zecca – e iniziano a spremersi le meningi su cosa realizzare per mantenere alto il proprio livello creativo dopo gli ultimi capolavori. Si decide di ripartire dalla rielaborazione di due outtakes, “You’ve Got to Be Crazy” e “Raving and Drooling”, ma l’idea non convince appieno. O meglio, è buona ma serve qualcos’altro. L’idea arriva da fuori, da un teppistello stronzo che si fa fotografare con una maglietta con su scritto “Odio i Pink Floyd”. Quel ragazzetto sfrontato si chiama John Lydon ma è noto a tutti come Johnny Rotten, Johnny “Il marcio”, ed è il leader dei Sex Pistols, una band grezza e tecnicamente imbarazzante, ma dalle idee ben chiare: bruciare tutto. Loro sono gli alfieri del punk, un fenomeno musicale e di costume che vuole fare tabula rasa dell’universo musicale precedente, soprattutto della pretenziosità artistoide del progressive e degli altri dinosauri del rock. Nel frattempo, in tutta la Gran Bretagna la disoccupazione raggiunge livelli mai visti prima, il governo laburista è in netta difficoltà e la crisi sociale dilaga. Ecco il punto di partenza che la band stava disperatamente cercando. Waters, già spirito guida del gruppo quando la situazione creativa sembra arenarsi, prende saldamente in mano il comando e si affida all’immaginario distopico di Orwell per tessere un nuovo concept album: Animals...

L’ultima fatica di Giovanni Rossi, penna di punta di Tsunami Edizioni e già autore di diverse interessanti monografie sui grandi del Rock (tra gli altri, Mike Patton e Nine Inch Nails), torna ai Pink Floyd, che già erano stati approfonditi in Roger Waters-Oltre il muro. Stavolta oggetto dell’analisi del critico e giornalista è l’album Animals, uscito nel 1977 e collocato cronologicamente tra due fra i più grandi successi della band (allora) capitanata dal duo Waters-Gilmour, Wish You Were Here e The Wall. La scelta di approfondire questo disco – la cui genesi, pubblicazione e pubblicizzazione sono state magistralmente sviscerate da Rossi – deriva da due necessità: dare lustro a un’opera eccellente ma generalmente poco considerata nella discografia floydiana e indicare nella sua nascita il momento di reale frattura tra l’universo Waters-centrico e il resto della band, che pochi anni dopo si dividerà tra battaglie legali e acrimonie varie. Animals (famoso anche per l’iconica copertina che ritrae la centrale termoelettrica di Battersea sorvolata da un maiale) viene presentato come un concept album solido e innovativo, influenzato nei temi dal punk ma sonoramente Pink Floyd al 100%. Composto da 5 canzoni – di cui due molto brevi e tre lunghe suite centrali – ha come idea cardine una sorta di rilettura de La fattoria degli animali di George Orwell, con maiali, cani e pecore quali protagonisti assoluti delle canzoni e metafore della società dell’epoca (e, ahimè, anche attuale). Roger Waters prende per la prima volta in mano le redini del gruppo tenendo quasi in secondo piano gli altri, cosa mai accaduta prima d’ora, gettando le basi per una dittatura creativa che lo porterà sì a pubblicare il capolavoro The Wall e l’emozionante The Final Cut, ma anche a compromettere i rapporti con gli altri fari creativi del gruppo. Rossi si insinua nelle pieghe della realizzazione di Animals con l’occhio invisibile di un narratore onnisciente, ricostruendo le session creative, gli umori dei quattro musicisti e la temperie culturale dell’epoca, fatta di disoccupazione, scioperi, malcontento e iconoclastica furia punk. Il lavoro si rivela completo e accurato, diretto tanto ai fans più sfegatati quanto ai semplici appassionati di musica che hanno la possibilità di (ri)scoprire un album eccellente, in egual guisa rabbioso nei testi ed elegante nelle sonorità, un ibrido Punk Floyd che sorprende ancora per attualità e forza evocativa.