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Anime

anime

Siamo a Chorbitza, una cittadina, un tipico shtetl, della Confederazione polacco-lituana all’inizio del XVII secolo, proprio quando l’infanzia di Ghetz finisce bruscamente. Vive in una catapecchia di legno tutta storta. Suo padre Peretz, barba e capelli rossi, per vivere incide le lapidi per i defunti, tante, infatti, sono in giro intorno casa. Sua madre Màlkale, bionda occhi azzurri, tutto il contrario del suo scorbutico e scuro carattere, fatica a mettere insieme il pranzo con la cena e le liti col marito sono continue. Ghetz ha una sorellina di sette anni, Ghittel, e con lei già pregusta la festa di Purim, quasi un carnevale dove tutto è permesso, ci si maschera, si mangiano dolci e si sta allegri. Tutta la cittadina è pronta per assistere alla rappresentazione della storia della regina Ester e quest’anno sarà Peretz ad impersonarla. Le urla che arrivano dalla casa sono proprio per questo, Peretz per meglio calarsi nella parte vuole tagliarsi la barba e sua moglie gli ha nascosto il rasoio per scongiurare questa sciagura. I bambini assistono alla lite e ascoltano i rimproveri della madre verso il padre: lavora poco, non accontenta i clienti, ha ereditato il lavoro dal suocero e lo sta mandando a catafascio. Peretz finalmente trova il rasoio ed è deciso: allora Màlkale, come ultima speranza, nomina Yitzikel, il loro primogenito nato morto, che le è più caro dei figli in vita. È dalla sua sepoltura con una lapide – in realtà vietata dalla legge ebraica per chi non ha trascorso almeno un mese di vita – che derivano tutte le loro sciagure. Peretz non demorde e maldestramente si taglia la barba. I bambini stanchi di tutto quel baccano escono fuori e Ghetz acconsente alla richiesta di Ghittel di leggere le lettere delle lapidi, per imparare…

Anime è il primo romanzo pubblicato in Italia di Roy Chen, traduttore dal russo di Puškin, Gogol’, Dostoevskij, Cechov, Bunin, Charms e molti altri. La sua passione per il teatro lo ha portato nel 2007 a diventare drammaturgo stabile al Teatro Gesher di Jaffa. Questo mix di attitudini e talenti fa sì che Anime sia un romanzo particolare, stratificato e perturbante. La voce narrante è Grisha, un trentanovenne obeso, disoccupato, fumatore incallito e indolente. Vive con la madre Marina in un modesto appartamento di Jaffa e passa le giornate a scrivere al computer le sue vite. Sì, vite, al plurale, perché Grisha è convinto di essersi reincarnato più volte: all’inizio del 1600 in Polonia, nel 1720 a Venezia, nel 1856 in Marocco e nel 1942 in Germania. Roy Chen mette in scena storie distanti nel tempo e nello spazio, descrive i luoghi in modo impeccabile, portando il lettore a cogliere ogni dettaglio della vita quotidiana. Questa capacità gli deriva dalle radici familiari e dall’esperienza: ha vissuto a Venezia, ha visitato la città di Fes in Morocco, Mosca e ovviamente Jaffa dove vive. Ogni capitolo è scritto in uno stile diverso, si passa dalla fiaba alla tragedia teatrale per arrivare ad un linguaggio moderno. Nell’arco temporale di quattrocento anni le vite di Grisha partono dall’infanzia per arrivare all’età adulta. È un romanzo di formazione – per quanto molto sui generis - e le reincarnazioni del protagonista sono anche una storia di immigrazioni, realistica metafora della diaspora del popolo ebraico. L’originalità del romanzo sta nell’inserimento della voce di Marina, la mamma di Grisha, che, come un basso continuo, riporta il lettore alla contemporaneità, seminando domande e dubbi su quello che il figlio scrive e che lei di nascosto legge. È proprio il conflitto tra madre e figlio, due anime in pena che si contendono l’attenzione dei lettori, a dar luogo alla domanda più importante. Cambiare o rifare gli stessi errori? Concreta è la visione di Marina sulla vita: “A volte – dice, – il nostro corpo mantiene con forza, dentro, cose che erano di prima”, perché “di vita ce n’è una sola, tutto il resto è una metafora”. Grisha invece, è convinto di non aver vissuto la sua vita, ma di averla solo attraversata senza viverla, la sua e tutte le altre precedenti e pensa che la vita non sia un dono, ma una punizione. Curiosa è anche la copertina del libro. C’è un quadro di Pere Borrell del Caso, Escapando de la critica, che rappresenta un ragazzo spaventato che cerca di uscire dalla cornice. Se quel ragazzo può essere Grisha, Marina, sorvegliante in un museo, controlla che le pitture non escano dalla cornice, perché un conto è la fantasia, un conto è la vita. Se Grisha manifesta la sua incapacità di accettare i cambiamenti, che lo distruggono psicologicamente, la madre, che lo ama profondamente, lo accoglie e lo accompagna in tutte le sue peregrinazioni mentali, per insegnargli a vivere.

LEGGI L’INTERVISTA A ROY CHEN