Diego cammina nel cimitero di Kefalos, cittadina sull’isola di Kos in cerca della tomba del suo amico, Manolis Fourtounis. Vagando tra le tante lapidi a Diego sale un magone che non riesce a descrivere ed è tentato di desistere. Poi, proprio quando sta per uscire dal piccolo camposanto, si accorge della presenza di un ufficio informazioni. Una delle due donne lì impiegate si offre di accompagnarlo nel luogo di sepoltura del poeta, situato all’estremo lembo del cimitero, che sembra guardare il golfo di Kefalos e il porticciolo di Kamari, sopra la cui collina Manolis ha vissuto per anni. In pratica, la sua tomba guarda verso la sua casa. Diego legge i caratteri greci che compongono il nome dell’amico, le date di nascita e di morte (è convinto che fosse nato nel 1928, invece scopre che era due anni più vecchio), per poi passare a osservare i versi scolpiti sulla lastra. La traduzione in italiano recita “Su questa terra mille volte sei deceduto, / mille volte l’onda ti ha fatto rivivere, il sole, / con il cuore aperto, sorridente…”. La vita di Fourtounis non avrebbe potuto essere descritta con parole più adatte: quante volte Manolis si è trovato a morire e a risorgere, senza mai tradire se stesso e le proprie convinzioni? Decisamente troppe ma, date le circostanze, tutte sempre necessarie. Tutt’a un tratto Diego sente una voce che si rivolge a lui, ovviamente in greco. È un uomo che si presenta come Antonio Balbo (il cognome si deve a suo padre) e afferma di aver conosciuto Manolis durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Aggiunge, poi, che il poeta gli aveva spesso parlato di quel suo amico scrittore italiano – Diego Zandel – e lo invita a casa sua a prendere un caffè. Diego non sa ancora che da quel semplice invito, che lui e sua moglie accettano molto di buon grado, nascerà un racconto incredibile che abbraccia gran parte della storia greca contemporanea…

Esperto di Balcani (non a caso è nato nel campo di internamento di Servigliano che, dopo la Seconda guerra mondiale, era stato trasformato in un centro di raccolta per i profughi istriani, giuliani e dalmati), Diego Zandel ha all’attivo numerosi romanzi, molti dei quali trattano temi che riguardano proprio la penisola balcanica. E la sua ultima opera, Anni di pietra, ovviamente, è una di queste. Il titolo fa riferimento al modo in cui vengono chiamati gli anni del secondo dopoguerra in Grecia, anni caratterizzati da una repressione politica estremamente forte, durata dalla Guerra Civile fino alla caduta della Dittatura dei Colonnelli. La stessa forza e durezza, però, dimostrata anche dai combattenti, che raramente venivano meno ai loro princìpi nonostante le torture che si trovavano a subire. Il racconto, però, inizia molto prima della metà degli anni Quaranta ed è un’ode alla vita di Manolis Fourtounis, poeta e militante del partito comunista greco che, dopo aver fatto parte della resistenza antinazista dell’isola di Kos, ha continuato a essere fedele alle proprie idee, anche a scapito della propria libertà. Ma è anche un inno alla resilienza di un popolo che, grazie a figure come la ballerina Arghirò, il vecchio Dimitris, Andreas o il giovanissimo Antonio, riesce a fronteggiare gli occupanti tedeschi. E, chiaramente, è un’ode all’amicizia. A quella reale, che dura negli anni a prescindere dalla lontananza e dai casi della vita. Quello che Zandel riporta in questo volume è un racconto corale, che allarga e restringe il suo obiettivo sull’isola di Kos, sui suoi abitanti e sulla figura di Fourtounis, la cui presenza si respira in tutte le sue pagine. Presenza che si fa ancora più concreta nelle ultime pagine, dove viene riportata una raccolta delle più toccanti operette di questo grande poeta contemporaneo.