Salta al contenuto principale

Annìle - Ovvero falsa fiaba della montagna di ferro

Annìle - Ovvero falsa fiaba della montagna di ferro

Odora di corbezzolo. La pelle tende all’arancio nelle sere di tarda primavera. Ricorda il torpore fangoso sotto le unghie, i primi tempi dorme tutto il giorno sotto il cisto e l’elicriso vicino alle cime, la sua casa è una tundra di sottobosco che va a perdersi alle pendici dell’Urtigu, da lì vede il cielo. Quando ha sete succhia i fiori con l’avidità dei cuccioli e quando ha fame basta un lamento e sua madre, una martora dai seni pesanti, abbandona la tana e lo allatta. È nudo. Durante il freddo inverno lo copre un tetto di lavanda, ma le estati sono inondate di sole, i cespugli di santoline profumano da marzo ad aprile. Nudo ascolta lo scorrere dei fiumi di valle in valle e attende il buio, quando chi prima dorme ora sguscia fuori dalle ombre del bosco e inizia a vivere. I cinghiali divorano le ghiande cadute dalle querce. Ha paura, niente lo sfiora eccetto silenzio e solitudine. È solo quando avverte il battito d’ali dei grifoni, i loro artigli che lacerano la carne e nelle notti di luna piena le radure s’illuminano. Il vento del nord porta il profumo delle cucine delle case lontane. Il pomeriggio, girato sul fianco, osserva prolaghe e conigli, mentre una lepre si appollaia sul suo braccio per arrivare a nutrirsi con bacche di mirto. Suo padre è un pastore e i suoi agnelli lo ruminano. Ampsicora il grande, che uccide i nemici e tanto tempo fa gli ha dato la vita, al principio lo ha nutrito e gli ha mostrato le infinite possibilità dell’esistenza, ma un giorno è partito lasciandogli un tetto di arbusti e un nome: Annìle. Sua madre è una nobildonna spagnola, Francesca Zatrillas, che vive arroccata nel castello di Etzu…

“Mi attraversava il ferro in ogni dove: vene arterie nervi muscoli. Forre greti gole pascoli. Mulini, forni, morti. La mia lingua era di ferro. Il cuore, il fegato”. Prende vita Montiferru – o Monte Ferru, un massiccio di origine vulcanica (il più vasto della Sardegna) – in questo romanzo d’esordio di Edoardo Mantega, attraverso atmosfere fiabesche e descrizioni paesaggistiche evocative, dove le parole sono scelte con cura per trasmettere al lettore non solo immagini, ma sensazioni. È Annìle – termine che indica il luogo adibito a recinto per il ricovero degli agnelli in lingua sarda – a prendere corpo e anima per raccontare la sua storia: “Non chiedete troppo sul come: rimane il fatto che la morte è l’evento che ci tiene tutti vivi”. Il romanzo è diviso in quattro Atti che seguono lo scorrere delle quattro stagioni e descrivono l’esistenza umana della montagna che ha preso possesso del corpo di un ragazzino di undici anni, morto nel 1950, per sperimentare la vita e le emozioni umane e lo fa stringendo un legame con una bambina, Maddalena dagli occhi verdi, che gli insegna l’alfabeto e la bellezza delle parole. “Imparavo i nomi delle cose. Quando non avevano un nome, glielo davo. Se avevano bisogno di moto e azione m’inventavo un verbo”. Annìle crea un ponte tra il passato e il presente, conserva la memoria di guerre lontane, il ricordo di figure storicamente significative come quella di Francesca Zatrillas, osserva i cambiamenti figli del tempo e della mano violenta dell’uomo e scrive un diario (rinvenuto il 27 luglio 2021) per conservarne testimonianza: “Ho il desiderio che la mia storia, un giorno, possa diventare un grande monologo teatrale: le stagioni, suddivise per minori e maggiori, saranno gli atti della mia esistenza di montagna”. Il libro, che ha vinto la diciottesima edizione del Premio Gramsci, evidenzia il legame tra l’essere umano e l’ambiente naturale che lo circonda, un rapporto necessario e allo stesso tempo estremamente fragile.