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Apex nasconde il dolore

Apex nasconde il dolore
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Se non sapete in che cosa specializzarvi una volta terminati gli studi, potreste decidere di diventare dei consulenti di Terminologia, cioè potreste voler diventare esperti nel dare un nome a qualsiasi cosa vi passi sotto il naso. Naturalmente non a caso, ma seguendo precise leggi di marketing, cercando di cucire addosso a un’idea o a un oggetto il nome che ne può rappresentare al meglio le caratteristiche! In questo senso potrete chiedere informazioni all’esperto del settore intraprendente inventore dello slogan “Apex nasconde il dolore”, con riferimento ai celebri cerotti color carne adatti per tutti. Gli abitanti di Winthrop, florida cittadina americana, vogliono darle un nuovo nome, un nome che la ponga un gradino superiore rispetto i centri limitrofi. E a chi chiedono un consulto? A lui, al nostro ‘terminologo’. Tutto questo nonostante sia decaduto professionalmente dopo il successo di Apex e zoppichi misteriosamente in seguito ad un passato incidente del quale non si conoscono le dinamiche. Il punto è che non è affatto semplice scegliere un nuovo nome per Winthrop. Ci sono almeno tre persone in grado di influenzare le sue scelte: Lucky Aberdeen, capitalista che si è fatto da sé, desideroso di dare alla sua città un nome abbastanza allettante da attirare altre società capitalistiche ad investire, Albie Winthrop, rampollo aristocratico deciso a non apportare nessun tipo di modifica sostanziale, e il sindaco Regina Goode animata da idee bizzarre e progetti strampalati...

L’idea di Colson Whitehead – giornalista, critico di cultura pop e scrittore newyorchese – è decisamente brillante, originale, fortemente tesa alla rappresentazione di una cultura consumista, capitalista, che deve poter comprare tutto, anche i nomi delle cose, dei pensieri. Nonostante questo la sua scrittura è spiazzante. Non è per niente semplice stargli dietro: quando dico spiazzante – infatti – intendo proprio fare riferimento ad una storia che ti lascia a bocca aperta, incuriosito ma allo stesso tempo irritato. O almeno a me ha fatto questo effetto. È una scelta stilistica oculata, non c’è dubbio, raccontare una storia attraverso frasi sincopate, dialoghi surreali, situazioni paradossali e tragicomiche, va benissimo così: ma manca totalmente la parte legata al sentimento, alla sfera emotiva, manca una connessione empatica con i personaggi, nessuna immedesimazione riesce a coinvolgere attivamente il lettore. È possibile che questa sia una carenza avvertibile soggettivamente, ragion per cui a me può sembrare una mancanza, ad altri un espediente narrativo per poter arrivare dritto al punto della questione che, in questo caso, non è certo il sentimento quanto più uno sguardo critico e attento verso una cultura contemporanea troppo spesso priva di radici e di tradizioni, preoccupata soltanto di accumulare nomi, averi, idee, senza nessun riguardo per quella che è la nostra storia, la nostra memoria. In conclusione: sospendo il parere… forse prendere in mano John Henry Festival (Minimum Fax) o L’intuizionista (PBO Mondadori) potrebbe schiarirmi le idee.