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Approdi - Musei delle migrazioni in Europa

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La museologia delle migrazioni non è qualcosa di eccentrico, i musei relativi ci fanno riflettere sul modo stesso di essere museo, a partire dalla rilettura critica delle collezioni che sono il frutto di un peregrinare che il museo ha cristallizzato all’interno della sua monade. Si tratta di attività relativamente recenti, concentrate nell’ultimo trentennio. Il primo pioneristico caso di museo dedicato alle migrazioni nel mondo è quello rimasto aperto nel porto di New York dal 1972 al 1991; poi ad Adelaide fu inaugurato nel 1986, a Ellis Island nel 1990, a San Paolo nel 1998, a Halifax nel 1999, a Città del Capo nel 2000, a Buenos Aires nel 2009, fra gli altri. In Europa il primo è quello di San Marino che risale al 1997; poi a Fafe in Portogallo fu inaugurato nel 2001, a Gualdo Tadino (regionale umbro) nel 2003, a Bremerhaven in Germania e vicino Barcellona (“regionale” catalano) nel 2004, a Parigi nel 2009, fra gli altri. Accanto a quelli più grandi e nazionali, vi è stata fin dal principio una rete minuta e capillare di piccoli centri di ricerca con una sezione espositiva, a volta intermittente e perlopiù legata a esperienze locali. Solo in Italia si contano quasi una trentina di musei, alcuni di dimensioni minuscole (case-museo), quasi tutti senza trattare le migrazioni dal punto di vista dei flussi in entrata (a differenza che nella maggior parte dei Paesi occidentali), mentre alcuni trattano il tema delle migrazioni in modo tangenziale. In sostanza, una classificazione è prematura, meglio partire dalla situazione europea, con passione civile e capacità di comparazione critica…

Anna Chiara Cimoli, brava ricercatrice di storia dell’arte e dell’architettura, esperta museologa milanese, ha pubblicato un bel testo sulla museologia connessa al diacronico e asimmetrico fenomeno migratorio. Il volume è strutturato in cinque parti: un lungo colto saggio iniziale che segnala un interesse tematico di lungo periodo e riconosce la difficoltà di inventariare le pratiche innovative riguardanti i migranti etichettandole dentro schemi disciplinari; le “pratiche”, ovvero l’analisi concreta di sette specifici musei europei delle migrazioni (immigrazione Catalogna; immigrazione Danimarca; emigrazione Germania; mare Genova, sezione migrazioni; immigrazione Francia; mare Anversa; emigrazione Polonia), con una scheda ben articolata sulla base di una visita dell’autrice e l’ulteriore contributo di un responsabile o di una responsabile dell’istituzione; le “letture” teoriche, ovvero tre brevi saggi o articoli usciti negli ultimi dieci anni su riviste specializzate (uno dell’autrice stessa); le “voci” delle diverse possibili discipline interessate, ovvero otto riflessioni in materia come stralci di narrazioni varie, interviste, testi sollecitati; l’epilogo (“tempo di nuove pratiche”, riferito più complessivamente al lavoro interculturale) cui seguono gli utili apparati iconografico (foto) e bibliografico (parziale) e l’elenco provvisorio di una quarantina di musei delle migrazioni nel mondo (undici per l’Italia). In più punti si sottolinea che la migrazione risulta una leva fondamentale dell’umanità fin dalle sue origini (acuti e opportuni i riferimenti a Lampedusa) e che è inevitabile una certa “torsione” nei musei per rappresentarla senza confini. In tal senso, il testo è assai ricco di spunti e volutamente incompleto, sollecita approfondimenti e lancia reti, lasciando intanto spesso prevalere il punto di vista dell’impatto strettamente espositivo rispetto alle premesse e ai nessi di carattere biologico, antropologico, geografico, storico, sociologico e statistico del comparato meticcio fenomeno umano emigratorio e immigratorio, in sostanza rispetto a cosa sono la libertà di migrare e il diritto di restare, a un approccio al migrare scientifico e multidisciplinare.