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Appunti sulla soppressione dei partiti politici

Appunti sulla soppressione dei partiti politici

Il termine “partito” è preso in questo caso nel significato che ha sul continente europeo. Nei paesi anglosassoni il termine sta a indicare una realtà ben diversa, che ha la sua radice nell’antica tradizione parlamentare inglese e che non è quindi trapiantabile. Nell’Europa continentale deriva dalle dinamiche immediatamente successive alla Rivoluzione Francese del 1789, mutuato dall’esperienza del Club dei Giacobini che divenne un partito totalitario a causa della pressione della guerra e della ghigliottina. La grande complessa intellettuale francese Simone Weil (1909- 1943), insegnante di liceo e operaia, profuga ebrea, precocemente malata, scrisse questo saggio verso la fine della breve vita, in una delle sue feconde isolate peregrinazioni. La Note sur la suppression générale des partis politiques fu poi pubblicata postuma sulla rivista “La table ronde” nel febbraio 1950. Ben presto i colti coraggiosi ragionati “appunti” ebbero risonanza fuori dai confini patri, in Italia vennero tempestivamente pubblicati a ottobre 1951 dalla rivista “Comunità”, organo del Movimento Comunità fondato da Adriano Olivetti (che negli anni cinquanta molto si ispirava all’elaborazione teorica di Weil e ne promosse la conoscenza nel nostro paese), tradotti dal filosofo e sociologo Franco Ferrarotti (1926), il quale li aveva letti già subito a Parigi, molto ne scrisse allora e firma oggi anche una nuova introduzione, confermando l’attualità e la fecondità delle riflessioni. Sono brevi entrambi i testi, sia la premessa di Ferrarotti (una quindicina di pagine), sia il saggio di Weil (una quarantacinquina) che dà il titolo all’agile bel volumetto in piccolo formato...

Simone Weil segnala come sul continente europeo il totalitarismo sia un peccato originale dei partiti, nondimeno esamina se vi sia anche del bene che ne renda desiderabile l’esistenza. Adotta i criteri della verità, della giustizia e dell’utilità pubblica, rifacendosi all’ideale repubblicano derivato dalla volontà generale di Rousseau e dal vero spirito del 1879: a certe condizioni il volere del popolo ha maggiori probabilità di qualsiasi altro volere di essere conforme alla giustizia. Esprime conseguentemente l’opinione che (in Francia) non abbiano mai conosciuto niente che assomigli anche di lontano a una democrazia (nella storia nazionale fra il 1789 e l’occupazione nazista). Sulla storia costituzionale del suo paese si sono innestati e innervati i partiti politici, inevitabilmente totalitari (tutti) in germe e come aspirazione, rovesciando fini e mezzi, privilegiando dottrine gabbie dogmi. Questo non significa che ogni esponente di partito sia scorretto e poco democratico, piuttosto che l’organizzazione collettiva genera passioni oppressive di pensieri autonomi e responsabili. Si prende partito e spesso si abdica dal pensare, forse è meglio sopprimerli, conclude. Ferrarotti ragiona sulla democrazia che non può essere solo procedura e ha bisogno, invece, di un nucleo forte di esigenze etiche, dando vita a una tipologia dei partiti (con particolare riferimento alla situazione italiana e dotte citazioni), oggi molto condizionata dalla televisione e dai social. Il filo del ragionamento non contesta Weil: senza il freno e la guida di forti idealità etiche, coerentemente vissute e praticate nella vita politica quotidiana, il partito politico si riduce a una macchina per creare emozioni collettive più che consenso ragionato, asservendo l’ordine democratico a interessi privati settoriali. Ma “forse non è troppo tardi per rinnovarsi”.