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Ararat

Ararat
Ararat è il nome della montagna di origine vulcanica sulla quale si arenò l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale. Il monte Ararat è anche frontiera tra Turchia e Armenia, fronte tra NATO e Cortina di ferro, immaginario confine tra Cristianesimo e Islam, luogo sacro e inaccessibile, terreno di millenari conflitti religiosi e politici. La sua aura mitologica è pari alla sua maestosità tanto che “A Erevan non puoi fare niente senza che l’Ararat ti guardi” e numerosissime sono state le spedizioni scientifiche intraprese nei secoli alla ricerca di quei resti che comproverebbero la veridicità storica della Bibbia. Il viaggio di Westerman  alla conquista della vetta innevata dell’Ararat è quindi pregno di significati simbolici ai quali l’autore si avvicina con mente aperta, o almeno con la speranza di poterlo fare davvero. La sua educazione cattolica lo ha in qualche modo plagiato e l’eterno duello tra scienza e religione è da sempre al centro della sua vita. Il mito del Diluvio Universale risulta essere una metafora che in qualche modo viene richiamata in molti aspetti della sua esistenza e più in generale in quella dell’uomo. Nel luglio del 1976 il giovane Westerman rischia d’annegare durante una piena del fiume Ill, in una sorta di piccolo diluvio in miniatura, così come una torre di trivellazione presso la cittadina olandese di Haantje viene inghiottita da una voragine apertasi improvvisamente nel terreno. Nei mesi che precedono il complicato viaggio che dovrebbe portare Westerman in vetta, l’autore si prepara attraversando una lunga lingua fangosa che la bassa marea fa riemergere. Un percorso faticoso e pericoloso, una specie di pellegrinaggio da un’isola all’altra prima che il mare si richiuda nuovamente, sommergendo e punendo gli incauti escursionisti. Westerman, dunque, viene a contatto con scienziati e teologi che espongono le proprie tesi sull’Arca, su Noè, sui miti precedenti che dimostrerebbero un “plagio” biblico richiamando la più antica saga di Gilgamesh. Il viaggio verso il monte Ararat ha dunque inizio ed è una ricerca di un qualche cosa di immateriale, più che di un pezzo di legno di cipresso incastonato nella roccia…
A volerli cercare i riferimenti, le metafore e i simboli religiosi si trovano ovunque. Il  Diluvio Universale, come punizione divina e flagello, può essere accostato a moltissimi fatti che ad oggi conservano un pizzico di mistero nel loro svolgimento. Dalla tragedia del Titanic, all’eruzione vulcanica dell’Ararat che secoli fa inghiottì un monastero ed un villaggio. L’essere sommersi, l’annegamento e l’annientamento dell’uomo sono uno spauracchio divino che molti indicano come creato ad arte dall’uomo stesso, per mantenere costante la paura di scomparire per sempre. C’è poi l’eterna ricerca della verità di fondo, sia scientifica che religiosa. La prova definitiva che l’una ha ragione sull’altra. Una ricerca che non avrà mai fine, perché per una porta che viene aperta, altre cento si scoprono ancora chiuse. L’uomo vive ed è fatto ad arte proprio per questo scopo. La sua è una constante e continua ricerca, in ogni campo. I ricercatori dell’Arca sono tali proprio perché l’Arca non sarà mai ritrovata. La loro vita ruota attorno alla ricerca e semmai qualcosa venisse scoperto, il loro viaggio non avrebbe più senso d’esistere. E gli scienziati non avranno mai pace, perché dopo l’atomo ci sarà ancora qualche cosa da sminuzzare. Religione e scienza sono due rette parallele, disponibili ed invoglianti, libere di essere seguite a piacimento. Ma, proprio perché parallele, sono destinate a non incontrarsi mai, per quanto vicine possano essere. Il viaggio di Westerman è un viaggio prima di tutto personale, alla ricerca del suo credo prima inculcato, poi volontariamente allontanato ed ora mascherato ovunque, tra mitologia, scienza, politica e semplice umanità.