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Arkan, la tigre dei Balcani

Arkan, la tigre dei Balcani

Il suo nome è Željko Ražnatović ma quando Christopher e la sua fidanzata si imbattono in lui, o meglio nelle sue milizie, buona parte del mondo lo chiama Arkan. È il luglio del 1998: i due ragazzi, zaino in spalla, girano l’Europa in treno all’avventura. È il loro viaggio post-universitario. Da Salonicco transitano, per errore, lungo la Serbia martoriata dalla guerra e sul treno salgono i bigliettai. Uomini armati e violenti, che, senza salutare, intimano: “Biglietto o carcere”, puntando la pistola alla tempia di ogni passeggero. L’orrore serbo si è palesato e tutto cambia. Christopher sa che Arkan è un signore della guerra. Quell’estate il suo volto compare spesso sulla CNN e sulla BBC. Si ritiene che lui e le Tigri, la sua milizia privata, siano responsabili di migliaia di casi di torture, stupri e uccisioni durante le guerre balcaniche dei primi anni ‘90 e nell’assedio di Vukovar. I bigliettai avrebbero potuto fare ai due turisti americani qualsiasi cosa e in qualsiasi momento: buttarli giù dal treno o picchiarli, violentare la ragazza o scaraventarli in cella, oppure, semplicemente, ucciderli. A casa nessuno l’avrebbe mai saputo. Si trovano in un posto dove non avrebbero dovuto essere. Ad ogni fermata del treno aggiungono orrori. Uomini col volto coperto di sangue dopo le percosse, donne con il fazzoletto sulla testa separate dai figli, schiaffeggiate e trascinate via, verso celle improvvisate. Quando Christopher chiede ai soldati come mai continuino a portare via gente, questa la semplice risposta: «È la Serbia», come se fosse sufficiente a spiegare tutto. Questo trattamento esclusivo, è riservato a chi non è di etnia serba, cioè: albanesi, bosniaci, croati...

In seguito a questo poco piacevole incontro con le sanguinarie “Tigri” di Arkan, Christopher S. Stewart decide di ricostruire la storia del loro fondatore. Come giornalista investigativo ha lavorato al “Wall Street Journal” e nel 2015 ha vinto il Premio Pulitzer, con altri colleghi, per una serie di articoli sugli abusi del sistema Medicare americano. Stewart è un professionista scrupoloso e prima di scrivere di Arkan, si documenta e si reca in Serbia nuovamente. Lo fa rischiando la sua incolumità, ma vuole ascoltare le testimonianze dirette di chi ha conosciuto Zeljko Raznatovié. Nel corso della sua vita, Arkan è assurto al rango di mito, cosa comprensibile per una persona con un’esistenza tanto fuori dalla norma. Prima che lo uccidessero, il 15 gennaio del 2000, in pochi sarebbero stati disposti a parlare francamente di lui. Parlare significava morire. Un normale codice mafioso fatto rispettare dalle Tigri. Ancora oggi, a distanza di anni dalla sua morte, c’è una profonda riluttanza a parlare delle sue gesta. Molti dei suoi ex compagni hanno preferito il silenzio, altri hanno preteso l’anonimato. Senza contare che ci sono ancora tante persone in giro, dai delinquenti ai criminali di guerra, disposti a morire per lui, o quanto meno per il suo nome. Quasi una decina di volte Stewart è tornato in Serbia e nel corso degli anni ha individuato vecchi amici, ex gangster, fanatici del calcio, politici, familiari, la vedova - la popstar Ceca - e molti altri ancora legati in qualche modo a lui e disposti a parlare. Arkan è la figura più enigmatica della guerra di Jugoslavia. Di sicuro non è un ideologo. Per lui la guerra è potere e soldi, e il governo serbo silenziosamente lo ha appoggiato. Saccheggi, furti di auto, contrabbando di petrolio e sigarette, prodotti del mercato nero rendono Arkan uno degli uomini più ricchi della Serbia. L’Aia lo accusa di 24 crimini di guerra; la sua fedina penale è nelle mani di 177 paesi e gli Stati Uniti hanno messo una taglia di 5 milioni di dollari sulla sua testa. Arkan è un ottimo manipolatore dei media. Parla fluentemente cinque lingue, è di bell’aspetto, un padre di famiglia della media borghesia, con lineamenti morbidi e la fronte stempiata. Oltre alla giustizia internazionale che voleva la sua testa, si vociferava che anche il presidente Milosevic avesse deciso che era diventato troppo potente. Quindi il 15 gennaio 2000 Arkan viene assassinato con uno spettacolare attentato malavitoso, al Crown Plaza di Belgrado. Grande appassionato di calcio, Arkan era a capo degli ultras della Stella Rossa di Belgrado, che, addestrati a dovere sarebbero diventati le sue Tigri. Acquista un club cittadino minore, l’FK Obilic, e ne diventa il presidente. Le minacce per nulla velate cui vengono sottoposti arbitri e giocatori avversari consentono la promozione nella massima serie, il primo scudetto della storia del club e la partecipazione ai preliminari di Champions League, il tutto facilitato certamente dalla costante e minacciosa presenza di Arkan in panchina. Fece scalpore nel gennaio 2000, dopo la sua morte un lenzuolo bianco steso nella curva dei tifosi laziali all’Olimpico. "Onore alla tigre Arkan": quattro parole, la prima rossa, le altre nere. Quattro parole che hanno acceso polemiche e preoccupato molto. Le voci di corridoio assicurano che a volere quello striscione sia stato, il serbo (di madre croata) Sinisa Mihajlovic, ora allenatore del Bologna, che anni dopo ha spiegato le sue motivazioni al “Corriere della Sera”: “Lo rifarei, perché Arkan era un mio amico: lui è stato un eroe per il popolo serbo. Era un mio amico vero, era il capo degli ultras della Stella Rossa quando io giocavo lì. Io gli amici non li tradisco né li rinnego. Conosco tanta gente, anche mafiosi, ma non per questo io sono così. Rifarei il suo necrologio e tutti quelli che ho fatto per altri”.