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Aspettando Anya

Aspettando Anya

Per Jo Lalande il villaggio di Lescun è tutto il mondo. In dodici anni di vita non si è mai allontanato da lì, escluse pochissime occasioni, come quando è andato alla stazione a salutare il padre che partiva per la guerra. Adesso è lui che si occupa di portare le pecore al pascolo. Anche se non dovrebbe – perché non ci si deve mai sdraiare sotto il sole, con i campanacci delle pecore che tintinnano – anche se conosce bene i rischi di coricarsi sull’erba quando si è in piedi dalle cinque del mattino, Jo si distende solo un attimo… e si addormenta. Al suo risveglio, il gregge è disperso. Jo ordina al cane Rouf di radunarlo, ma si accorge che il cane è ferito e un attimo dopo vede la sagoma di un orso al limitare del bosco. Corre più veloce che può per portare la notizia in paese: gli abitanti e gli animali vanno messi al sicuro. È così che l’orso viene abbattuto, ed è in seguito a questo, per una serie di circostanze, che Jo conosce Benjamin, il papà di Anya. Benjamin è ebreo, lui e Anya pensavano di essere al sicuro a Parigi. Poi i tedeschi hanno invaso la Francia, così padre e figlia hanno deciso di tornare a Lescun, dalla nonna. Erano in migliaia a fuggire. Quando i tedeschi mitragliavano dagli aerei, era necessario scappare il più velocemente possibile; dopo, era sempre difficile ritrovarsi. Così hanno fatto un patto, padre e figlia: se si fossero persi di vista, sarebbero tornati a Lescun. È per questo che Benjamin è lì ad aspettarla…

Lescun, se lo cercate sulla cartina, lo trovate in cima alle montagne, nella Francia meridionale, vicino al confine con la Spagna. È lì che Benjamin vuole portare in salvo Léah e tutti gli altri bambini. Di più non voglio raccontare, perché questo è un libro di rara meraviglia che non va svelato in nessun modo: va letto e basta. Dai nove, dieci anni in avanti. In solitudine o in compagnia; ad alta voce a scuola, se vi piace, e non per farlo a pezzi con una scheda di verifica, ma lasciando che le parole facciano il loro corso, per così dire, perché possano sedimentare, agitare, promuovere altre parole. Troverete amicizia, coraggio, avventura, una scrittura magistrale che racconta con l’evidenza dei gesti e dei dialoghi, senza mai cadere nella spiegazione, personaggi (persone?) a cui vorrete bene, domande senza risposta, contraddizioni e animali, naturalmente (non mancano mai, nei libri di Morpurgo). Che cosa ne sarà del cucciolo di orso, a proposito? E dei cuccioli dell’uomo? Moriranno? “No, se non lo permettiamo”. Credo che Michael Morpurgo, autore britannico pluripremiato e amato dai suoi lettori, sappia di aver fatto un ottimo lavoro; nonostante questo, mi viene voglia di dirgli grazie.