Salta al contenuto principale

Aspettando i barbari

Copertina del libro

Il magistrato di una cittadina di frontiera dell’Impero, già avamposto militare e ora centro agricolo di tremila anime, riceve il colonnello Joll della Terza Divisione della Guardia civile, inviato dalla capitale in quella remota regione a causa dello stato di emergenza. Joll porta davanti agli occhi due dischetti scuri di vetro, un’invenzione recente che protegge dal riverbero del sole e previene le rughe. Il magistrato lo sistema nella stanza migliore della locanda e lo intrattiene parlando di caccia: Joll racconta di battute con migliaia di animali abbattuti, di serpenti mangiati come prelibatezza e di un’enorme antilope. Il magistrato parla degli stormi di oche sul lago e della pesca notturna degli indigeni. Il mattino dopo accompagna l’ospite nel granaio e poi nella baracca dove sono rinchiusi due prigionieri, un vecchio e un ragazzo, catturati dopo una razzia avvenuta a una ventina di miglia. Il ragazzo ha il volto tumefatto e fissa Joll; il vecchio giura che erano in cammino in cerca di un medico per una piaga che non si rimargina sul braccio del nipote. Allontanandosi, il magistrato si sorprende a difenderli. Joll però vuole interrogarli la sera stessa, con il suo assistente e la guardia come interprete, e lo esclude dicendo che si annoierebbe. Il magistrato non sente le urla, ma è continuamente consapevole di ciò che forse accade. Quando torna sull’argomento, Joll gli spiega che la verità ha un tono particolare, che si ottiene attraverso bugie e pressione fino al crollo. Il magistrato ne ricava che il dolore è verità e che tutto il resto è soggetto al dubbio. Il rapporto di Joll è breve: il prigioniero, messo di fronte alle sue contraddizioni, ha aggredito l’interrogatore ed è andato a sbattere contro il muro, e nessuno è riuscito a rianimarlo. La guardia, convocata per una dichiarazione, conferma la versione, ma ammette che gliel’ha suggerita l’ufficiale e si contraddice sulle mani legate del prigioniero. Il magistrato compila l’autorizzazione per la sepoltura. Prima di dormire va alla baracca con una lanterna. Il ragazzo è vivo e legato; nell’angolo giace il corpo del vecchio, cucito in un sudario. Il magistrato lo fa portare nel cortile, apre il sudario e scopre il volto insanguinato del morto, con i denti rotti e un’orbita ridotta a un grumo. Libera le mani gonfie del ragazzo, lo invita a dire tutta la verità al colonnello e si accorge che anche lui sta facendo la parte di una seconda voce, quella suadente. Poi dà alla guardia tre ordini: legare di nuovo il ragazzo senza stringere, lasciare il cadavere nel cortile per la sepoltura e portare del cibo dalla cucina. Il magistrato non voleva tutto questo. Era un funzionario tranquillo, in attesa della pensione, che guardava le voci di tumulti e di una guerra imminente con scetticismo, attribuendole all’isteria dei territori di frontiera. Con l’arrivo della Terza Divisione la sua quiete è finita. Joll, impaziente, pretende trenta dei quaranta uomini della guarnigione per un’incursione tra i nomadi con il ragazzo come guida. Il magistrato tenta di dissuaderlo, ma Joll risponde che il compito gli è stato assegnato e solo lui giudicherà quando sarà concluso. Parte sulla carrozza nera con cavalli, carri e provviste per tre settimane, accompagnato da un giovane sottotenente, a cui il magistrato raccomanda di non fidarsi della guida e di riportare a casa l’ospite sano e salvo…

Terzo romanzo di J.M. Coetzee, datato 1980, Aspettando i barbari racconta di un anonimo magistrato, funzionario di un impero altrettanto anonimo ma assai vasto, che amministra da decenni un remoto insediamento di frontiera. L’arrivo del colonnello Joll, incaricato di accertare una presunta minaccia ai confini da parte dei «barbari», manda in frantumi la quiete del luogo e del protagonista. Il magistrato incontra una ragazza che gli stravolge la vita, entra in conflitto con l’apparato che ha sempre servito in silenzio e ne subisce a sua volta la violenza. L’impero intanto si sfalda, anche se i barbari non si sono mai davvero mostrati. Il titolo è una citazione del componimento omonimo del poeta greco Kavafis. Nel 1977 la morte di Stephen Biko aveva portato la tortura in Sudafrica al centro dell’attenzione internazionale e Coetzee stesso ha descritto l’opera - scritta nei mesi successivi all’omicidio dell’attivista anti-apartheid da parte della polizia sudafricana - come un libro sull’«impatto della camera di tortura sulla vita di un uomo di coscienza» motivando questo interesse col fatto che la stanza delle torture offre una metafora nuda ed estrema dei rapporti tra autoritarismo e vittime. Meglio tuttavia diffidare delle letture troppo ovvie. In un’intervista concessa a Richard Begam nel 1991 e pubblicata su “Contemporary Literature”, lo scrittore sudafricano respinge l’idea che il romanzo tratti di razza: «Nel romanzo non c’è nulla sui neri o sui bianchi, (...) è ricco di dettagli che sfuggono a «ogni lettura allegorica», o meglio è un’allegoria che non si accontenta di esserlo. Siamo in una terra di confine fascinosa situata tra Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, Nella colonia penale di Franz Kafka, Cuore di tenebra di Joseph Conrad e La riva delle Sirti di Julien Gracq, anche se un gradino più in basso dal punto di vista letterario rispetto a tutti questi illustri modelli. Sul versante delle riduzioni, il romanzo è stato trasposto in opera da Philip Glass su libretto di Christopher Hampton e portato in scena da Alexandre Marine. Il film omonimo, diretto da Ciro Guerra e con la sceneggiatura firmata dallo stesso Coetzee, è stato presentato in concorso a Venezia il 6 settembre 2019. Nella pellicola - che è passata abbastanza sotto silenzio, purtroppo - Mark Rylance è il magistrato, Johnny Depp il colonnello Joll, Robert Pattinson il suo braccio destro, Gana Bayarsaikhan la ragazza.