Carloforte, Sardegna. Il sole sta per tramontare e il commissario Alvise Terranova, smettendo per un attimo di masticare gli arilli di una melagrana, si volta verso Elisabetta e la invita a sentire il rumore del sole appena tocca la linea del mare. Il mare è una tavola di mercurio che si tinge di rosso, arancio e turchese e, mentre il Tritone, l’imbarcazione su cui lui ed Elisabetta hanno trascorso alcune ore a pesca di gamberi, i fàulai, è immobile, Alvise si avvicina alla sua donna e cerca le sue labbra, non prima di averle rivelato che, nella lista delle sue cose preferite, lei si gioca il primo posto con le melagrane, appunto, lasciando alle posizioni successive il Tritone, Tom Waits e le sue poesie. Prima di rientrare a casa, dove Alvise cucinerà una linguina piccante ai gamberi appena pescati, i due devono fare una sosta dalla guardia medica, il dottor Chiappe – soprannominato il Topo – perché il commissario ha un ginocchio dolorante. “Acqua al ginocchio” è il responso della guardia medica, che prescrive a uno spiritoso Terranova – che afferma di bere solo vino e birra e di non capacitarsi di come l’acqua possa essergli entrata in corpo per depositarsi nel ginocchio – impacchi con il ghiaccio, tipo cocktail. Tra qualche giorno Alvise ed Elisabetta andranno a Genova, dove il commissario presenterà la donna a suo fratello Vincenzo. Si tratta di un passo avanti nella loro relazione, un gesto significativo e un taglio netto con il passato, che ha un volto e un nome: Chiara. La serata trascorre serena e il mattino successivo Alvise viene svegliato dal telefono. Inizialmente lo ignora ma poi, quando riprende a suonare e Terranova teme che Elisabetta, al suo fianco nel letto, si svegli, risponde mugugnando. All’altro capo l’agente Luigi Melis si scusa per averlo disturbato durante le ferie, ma si tratta di un’emergenza. All’Orologeria Galileo, situata in via Genova, all’angolo con via XX settembre, il titolare del negozio pare si sia tolto la vita. L’uomo era amico del questore che, avvertito dai famigliari, impiegherà un po’ di tempo a raggiungere il negozio. Pertanto ha espressamente chiesto che Terranova, che si trova più vicino, faccia un salto per verificare l’accaduto. Come al solito, pensa Alvise, il questore si diverte a rompergli le scatole, anche e soprattutto quando lui dovrebbe potersi godere le ferie…

Terza indagine del commissario Alvise Terranova dopo Omicidio a Carloforte e Delitto alla Baia d’Argento, ma primo romanzo della serie pubblicato nella collana “Il Giallo Mondadori”. Le prime due avventure del commissario, infatti, sono state pubblicate da Piemme. A Carloforte, tranquilla perla della Sardegna sud-occidentale, “non succede mai niente” o almeno così sostengono gli abitanti. Ma ancora una volta l’isola fa da sfondo a un delitto che sconvolge la sua apparente quiete: l’orologiaio Cristiano Galileo viene trovato impiccato nel suo laboratorio, con accanto un biglietto che fa pensare al suicidio. Il caso sembrerebbe chiuso, anche per chi, nei piani alti, spinge per archiviare in fretta la faccenda. Ma Terranova, come sempre allergico alle soluzioni troppo comode, fiuta qualcosa che non torna. Il commissario — malinconico, testardo, segnato da un passato difficile e da un ritorno all’isola che non è mai pienamente casa — si mette sulle tracce di un enigma che si dipana poco a poco. Il suicidio apparente non regge di fronte a intuizioni lievi ma persistenti, a domande che non smettono di ronzare nella mente dell’investigatore. Come un tarlo. Proprio come il celebre tenente Colombo, da cui Antonio Boggio sembra trarre spunti, Terranova insegue i dettagli, osserva le crepe, mette insieme i frammenti finché la verità emerge, in tutta la sua tragica chiarezza. Ma Assassinio all’isola di San Pietro non è solo un giallo ben costruito. È un romanzo che parla anche di ritorni e ferite aperte, di ciò che si nasconde oltre le apparenze. Il passato dell’orologiaio si specchia in quello del commissario stesso, anche lui figlio di un esilio forzato. Entrambi uomini feriti. L'autore analizza con discrezione le zone d’ombra dell’animo umano. Le riflessioni di Alvise — sul tempo, sulla memoria, sulle partenze e sui ritorni, sul senso di non appartenenza — conferiscono spessore al personaggio e toccano corde universali: la fragilità dell’identità, la nostalgia, la capacità di raccontare ciò che si è compreso. E poi c’è Carloforte, protagonista silenziosa ma potente. Boggio ne restituisce i suoni, i colori, i profumi, le vie e le ombre con una scrittura vivida e attenta. L’isola non è semplice cornice: è anima viva della storia, palcoscenico e specchio dei drammi dei personaggi. Una comunità apparentemente immobile e chiusa, ma piena di ricordi. Un ritmo ben dosato, una scrittura curata e una tensione narrativa che tiene incollati fino alla fine. E quando si arriva alla soluzione del mistero, ci si accorge che il vero nodo non era solo nell’individuazione dell’assassino, ma nel rapporto tra passato e presente, tra verità e menzogna, tra ciò che preferiamo vedere e ciò che ci ostiniamo a ignorare.