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Assedio mortale a Milano

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Campo profughi di Bani Walid, Misurata, Libia. Kalifa non vede se il pallone che a fatica è riuscito a guadagnare sia finito in rete o meno. Ormai non ha più alcuna importanza. L’uomo cade a terra e sarà la mano di Mohamed, suo compagno di squadra con la sua stessa disperazione nello sguardo, a posarsi sulla sua spalla per cercare di trasmettergli un piccolissimo segno di solidarietà. Ma Kalifa non ha tempo per pensare a sé stesso. Il pensiero corre rapido alla moglie, che non ha saputo difendere. Gli avversari, intanto, stanno riscuotendo il premio a loro riservato: in fila indiana sono in attesa, davanti a un moncone di tubo metallico che esce dal muro e termina con un rubinetto. Ciascuno può avvicinarsi e bere, ma solo una sorsata; poi si dovrà rientrare nell’edificio. Morathi, il figlio di Kalifa, rannicchiato all’ombra di una tettoia di lamiera, ha assistito alla partita di calcio come ipnotizzato. Ha seguito il pallone conteso tra le due squadre, cercando di leggere nello sguardo dei giocatori qualcosa di diverso rispetto alla disperazione. Ma solo quella ha trovato. I soldati, un fucile AK 47 a tracolla o in spalla, sostano accanto al muro dell’edificio scrostato che ospita i migranti oppure stanno seduti su sgabelli improvvisati e si divertono a incitare i giocatori a correre più forte e a ingiuriare chi cade o crolla a terra esausto per il caldo o per lo sforzo fisico. Le squadre vengono composte ogni volta dai militari stessi. Il criterio di scelta non è la bravura o la prestanza fisica degli uomini, ma la bellezza delle loro mogli o delle loro figlie: la squadra perdente deve sacrificarle. Saranno violentate e seviziate dai soldati, che ne faranno scempio e soddisferanno i propri appetiti sessuali con la stessa furia delle bestie. Questa volta la squadra di Kalifa è uscita perdente e l’uomo si dispera, mentre i miliziani irrompono nella camerata dove sono stipate le famiglie di chi ha giocato la partita. Morathi e gli altri ragazzini sono ancora lì, all’ombra della tettoia. Solo se i loro genitori avranno la fortuna di trovare qualcuno in grado di fornire loro il denaro necessario per pagarsi il viaggio verso l’Europa e la libertà, potranno abbandonare quel luogo di tortura e sognare un futuro diverso…

La terza indagine che vede protagonista il banchiere Raoul Sforza – figura davvero singolare uscita dalla penna del milanese Ippolito Edmondo Ferrario – lascia senza fiato fin dalle prime battute che mostrano una partita di calcio priva dello spirito agonistico e appassionato che dovrebbe avere. Si tratta, in realtà, di una lotta tra disperati che cercano in tutti i modi di preservare mogli e figlie dalla atroce violenza cui dovrà sottoporsi chi perde sul campo di gioco. Giocatori e famiglie sono stipati in un campo profughi e il loro miraggio ha un solo nome: Italia. È questo il Paese in cui sognano di arrivare, dopo settimane o mesi di torture e privazioni. Una vita atroce, quindi, in netto contrasto con quella di Raoul Sforza, il banchiere senza scrupoli che Ferrario ha già fatto conoscere ai suoi lettori nelle precedenti storie che lo vedono protagonista. Cinico, elegante ed estremamente raffinato, Sforza è un uomo le cui mani già si sono sporcate di sangue, ma mai di quello dei deboli o degli indifesi. Perché il banchiere ha indubbiamente pelo sullo stomaco, ma anche un proprio codice d’onore. Ecco perché proverà disgusto di fronte a certi atteggiamenti spietati che lo faranno reagire in maniera davvero dura. Sforza si muove in una Milano ben diversa da quella cui si è in genere abituati: si tratta di una città per lo più notturna, pericolosa e corrotta, su cui i profughi cercano di muoversi, ma in realtà non sono altro che marionette ben manovrate da una regia che ne decide ogni mossa. Ferrario è molto bravo a raccontare la disperazione, l’angoscia di una moltitudine extracomunitaria che popola le vie di una città ostile, in cui l’opportunismo è l’unico credo. Grazie a un intreccio molto ben architettato e a una scrittura asciutta e incisiva, l’autore riesce a catturare l’attenzione del lettore e a inchiodarlo alla pagine; il libro, piuttosto corposo, scorre via rapido e invita a una profonda e attenta riflessione sulla condizione umana, sulla prevaricazione dei poteri forti e sulla speranza che una possibile forma di riscatto sia comunque possibile, per tutti.