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Assenza da giustificare

Assenza da giustificare

Bruxelles. Il dottor Montparnasse sembra soddisfatto. Racconta ad Alina dei suoi nove ovociti: si tratta di un numero di tutto rispetto e c’è da augurarsi che siano anche di qualità. È quello che si augura anche Alina, che ascolta il medico spiegare che ora c’è da aspettare un giorno, giusto il tempo che quegli ovuli vengano fecondati dal seme di Tito, potenziato artificialmente, prima di esserle impiantati. Ogni tanto Montparnasse emette una specie di sbuffo, soprattutto quando qualcosa lo imbarazza. Con Alina accade quando le chiede le malattie importanti dei suoi genitori – e lei non sa rispondere perché non ha la più pallida idea di chi fossero, i suoi genitori – oppure quando lei gli dice di essere vergine e che Tito non è né il suo compagno e né suo marito, ma semplicemente un fratello, non un fratello vero, che ha accettato di farle dono del suo seme. Più tardi, quando arriva al centro della Grande Place, Alina si infila nella brasserie sotto al suo albergo, che propone il piatto nazionale belga: cozze alla crema e patate fritte. Tito la raggiunge e la esorta a mangiare: è troppo magra e ha l’aria sbattuta. Alina cincischia, come al solito quando si tratta di cibo, mentre confessa che sì, Adriano – quello che più assomiglia a un padre, per lei, e che le ha insegnato ogni cosa, anche come essere una brava poliziotta – le manca, ma non ha ancora avuto il coraggio di andarlo a trovare in carcere. Vestita, i piedi fuori dalla coperta e il corpo fuori dalle lenzuola, fatica a mettere a fuoco la stanza e a ricordare la geografia del luogo in cui si trova quando il cellulare la sveglia. È Angelo Bosisio, il suo capo. Deve rientrare immediatamente in commissariato. È appena stata promossa ispettrice ed ecco arrivato il primo caso da risolvere: è stato trovato il corpo di una donna, Elena Cantini, insegnante di un liceo cattolico romano. Gli ovuli devono essere congelati. L’inseminazione artificiale deve essere posticipata, altrimenti Alina potrebbe essere tagliata fuori dall’indagine. Occorre prendere il primo volo e rientrare a Roma…

Non sempre la cosa giusta coincide con la verità. È questo l’assioma su cui si basa l’intero impianto narrativo del romanzo di esordio di Alessandra Acciai – attrice, produttrice cinematografica e sceneggiatrice – che con Alina Mari tratteggia una figura davvero interessante. Cresciuta in un orfanotrofio insieme all’amico fraterno Tito, single e vergine, ma con il desiderio di avere un figlio, da poco promossa ispettrice, Alina si vede costretta a rimandare il percorso intrapreso per diventare madre per occuparsi di un caso di omicidio. La vittima è un’insegnante irreprensibile: poche amicizie, nessuna relazione, una vita apparentemente senza traumi né conflitti. E allora come ci è finita in un parco della città, colpita alla testa, con un anulare mozzato? E cosa ha visto il cane della vittima, Dirac, che Alina adotta e porta con sé a casa? Che poi casa in realtà è un camper – che Tito ha cercato di rendere il più accogliente possibile – perché Alina ha paura a mettere radici, ha paura ad affezionarsi, per il timore di essere di nuovo abbandonata, come hanno fatto i suoi genitori. Mentre l’indagine avanza e la morte dell’insegnante si incrocia con quella di altre donne – uccise negli ultimi trent’anni in diverse zone del territorio laziale con un rituale del tutto simile – anche le ferite e le debolezze di Alina emergono e si scontrano con il sentimento nuovo e intenso nei confronti del pubblico ministero incaricato di seguire l’indagine, sentimento che la donna non può ignorare. Intuitiva e tenace, Alina deve dimostrare il proprio valore, specie dopo qualche intemperanza che potrebbe mettere in crisi la sua stessa carriera. E soprattutto, deve decidere qual è il confine – se esiste – tra ciò che è giusto e ciò che è vero. Un giallo molto ben architettato, una storia avvincente che, al di là del genere letterario cui sicuramente appartiene, affronta tematiche delicate sulle quali il lettore è invitato a riflettere: il tema dell’abbandono, il desiderio di maternità, la violenza di genere. Alina è un personaggio dalle mille sfumature, tutte davvero interessanti, sa riconoscere le proprie debolezze e cerca di affrontarle. Questo è ciò che più di ogni altra cosa la rende umana e assolutamente credibile. L’unico guaio è che ci si affeziona in fretta a lei. Occorre quindi che l’autrice torni al più presto in libreria con una nuova storia.