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Atlante degli abiti smessi

Atlante degli abiti smessi

Eleonora è asserragliata in un appartamento parigino dal quale esce giusto per procacciarsi qualcosa da mangiare. Schiva gli inquilini del suo palazzo, schiva i rapporti umani, schiva i ricordi, schiva la vita silenziosa e triste, mentre il tempo scorre goccia dopo goccia, lento e inesorabile. A Firenze Eleonora ha lasciato un ex marito morto in un incidente d’auto, una figlia – Corinne, vent’anni – che la “punisce” per il divorzio e per la perdita del padre con un silenzio raccapricciante e un armadio pieno di vestiti. Eleonora non ha idea di dove sia sua figlia o di cosa stia facendo, ma vorrebbe donarle i suoi abiti. Tutti. E allora, nelle lunghe e oziose giornate parigine, compila un lungo elenco, un prontuario, un vademecum, in cui passa in rassegna tutti gli indumenti che una donna indossa nella sua vita. L’inventario è per sua figlia Corinne. Eleonora vorrebbe spedirglielo ma non sa dove; ad ogni modo scrive. Nel frattempo osserva le vite degli inquilini del suo palazzo – la fredda portinaia, il distinto professore, le sorelle obese, la strana signora Bouger, la coppia gay. “Un palazzo in fondo è un grande armadio. Ha sorprese continue”, pensa Eleonora. E in effetti, nel monotono incedere di quei giorni senza senso, le sorprese non tarderanno ad arrivare...

Elvira Seminara è al suo quarto romanzo. Dopo L’indecenza (Mondadori 2008), Scusate la polvere (nottetempo 2011) e La penultima fine del mondo (nottetempo 2013), l’autrice di Aci Castello mette in scena una commedia umana. I protagonisti indiscussi di tutto il libro sono infatti i vestiti – vestiti che vogliono brillare, vestiti che hai paura di rimettere, vestiti elfi, vestiti che perdono i sensi – ma attorno a essi ruota uno spettacolo infinito di vite umane, tutte concentrate tra i pianerottoli, le scale e l’ascensore di un anonimo palazzo parigino. Come ne L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, anche questo romanzo è un brulichio continuo di voci, odori, colori e personalità. Eleonora è scappata a Parigi perché la città l’ha già accolta in passato ed è l’unico posto in cui può fingere di sentirsi a casa mentre ricompone i cocci della sua vita. Il dolore lacerante per la lontananza – fisica, spirituale – della figlia è forte e palpabile, sempre presente, ma Eleonora non cade mai nel vittimismo o nell'autocommiserazione. È una donna forte, capace di scegliere e di vivere, anche se adesso la sua esistenza è coperta da una patina opaca difficile da rimuovere. Ma a volte basta svuotare l’armadio, fare il cambio di stagione, mettere tutto di nuovo in ordine. È una questione di vestiti.