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Atlante dei paesi fantasma

Atlante dei paesi fantasma

C’era una volta un paese che si trovava dal lato sbagliato della valle. Stava in un angolo d’appennino dove confluiscono le province di Genova, Alessandra, Pavia e Piacenza, nei pressi di un confine irrealistico, dove persino l’Emilia e il Piemonte si toccano. Quando nel 1955 si decise di dotare la valle di una strada di collegamento in sostituzione di una rete di mulattiere, il paese di Rovaiolo (così si chiamava), si ritrovò dalla “parte sbagliata”. Non si faticò molto a convincere le ottanta persone che lo popolavano a spostarsi sul lato giusto: quello dell’ipotetico progresso. Quel progresso che aveva decretato l’imminente pericolo frana per il vecchio nucleo, spostando le famiglie in palazzine di edilizia popolare. In realtà, l’allarmismo per il presunto smottamento era stato montato ad arte: il vecchio paese, in seguito, non s’è spostato d’un centimetro, mentre nel nuovo agglomerato, una frana mossa da acqua non canalizzata si sta portando via buona parte delle case “moderne”. Ed ecco così, l’ennesimo paese fantasma. Altri spettri urbanistici di cui l’Italia è piena si sono creati con i sismi e il conseguente spostamento nelle “New town”, con lo spopolamento del secondo dopoguerra e il mito industriale, con le speculazioni che hanno spinto a popolare cattedrali nel deserto. La riscoperta dei numerosi borghi abbandonati è un’attività in costante espansione, ricca di fascino e curiosità: ma cosa si va a cercare nei paesi fantasma? Storie di vita vissuta, quasi viaggiando nel tempo alla ricerca di un filo che ci unisca alle generazioni che li hanno abitati, ascoltando la voce muta di un luogo o di un oggetto che sembra voler comunicare con noi...

Qual è il fascino dei luoghi abbandonati? Cos’è se non la ricerca di un lascito di presenza trasfuso nell’assenza? La geografia dell’abbandono affonda le sue radici nella materia umana prima ancora che in quella edilizia. Niente necrofilia urbanistica, al contrario: la ricerca di un filo sottile con ciò che resta del vissuto che intride i luoghi e le cose, rappresenta una forma di comunicazione con ciò che è stato. Quasi la ricerca inconscia di un “aldilà” che ci appartiene. Ciò che si cerca nell’assenza sono le tracce umane, la constatazione di ciò che siamo capaci di dimenticare. Un luogo abbandonato si manifesta per sottrazione: è il vuoto che chiama la pienezza da riempire con le nostre sensazioni, fantasie, ipotesi. Un luogo di evocazione e riflessione. Non può non saltare alla mente il romanzo Cronache dalle terre di Scarciafratta dello scrittore vincitore del Campiello 2020 Remo Rapino, nel quale la poetica dell’abbandono si sostanzia in un paese immaginario e spopolato da riempire con l’evocazione di esistenze cariche di pathos narrativo. Forse è questo ciò che inconsciamente si cerca attraverso il dilagante fenomeno dell’Urbex al quale sono dedicate, non a caso, diverse trasmissioni televisive. Atlante dei paesi fantasma è un libro posato, rilassante e silenzioso si direbbe, come i luoghi che racconta e descrive. Con le belle illustrazioni di Alessandra Scandella, il volume - giustamente prodotto con copertina rigida e in grande formato - si lascia sfogliare a salti, come un gatto in autunno che si lascia accarezzare di quando in quando.