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Atti di un mancato addio

Atti di un mancato addio

Roma, quartiere Monteverde – più di un quartiere, un confine immaginario esteso a tutta la città. Qui Edo è nato, qui ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza. Poi è cresciuto e la vita si è spostata nelle aule dell’università La Sapienza, anzi fuori. Da facoltà diverse si unisce la tribù – Edo, Massi, Cecchi, Trottola, Giulio. Passano il tempo a San Lorenzo, nell’appartamento da studenti di Giulio. Il primo ricordo che Edo ha di lui è una voce che richiama la sua attenzione una mattina d’inverno, davanti a una libreria in via degli Etruschi. Giulio l’ha riconosciuto: un anno prima, in un locale al centro di Bologna (non si saprà mai perché Giulio, quel giorno, si trovasse a Bologna), aveva ascoltato Edo leggere le sue poesie di fronte a un gruppo di studenti. Poesie scritte per il ragazzo riccioluto che quella sera era arrivato tardi ed era rimasto in piedi, a lato del palco. Si chiamava Matteo e Edo dopo quella volta non lo aveva rivisto mai più. Giulio, “diciannove anni di provincia alle spalle, venti chilometri da Caserta”. Giulio, che scrive poesie e ama i poeti greci contemporanei ma ha scelto di studiare matematica (forse perché “la matematica dice ‘esiste la felicità’”). Giulio, “quello che un giorno ha camminato sulla Tiburtina, camminato camminato e non è tornato più indietro”. Giulio scompare improvvisamente nel nulla. La sua ricerca rianima memorie passate: l’angoscia delle telefonate all’una di notte (una risata maligna, una voce camuffata: “Frocio”) a soli tredici anni; gli scherzi di nonna Fabrizia, imputati al dispettoso “munaciello”; un’estate lontana e oziosa di pensieri “enormi e fondamentali”, le ginocchia sbucciate a sangue e le analisi fatte sul lungomare per quel cadere spesso e senza motivo...

Torna per la marchigiana Hacca (dopo la buona prova del 2019 Gli occhi vuoti dei santi) la penna del giovane poeta e scrittore romano Giorgio Ghiotti e si conferma una certezza. Raffinata, controllata, ricca delle delicatezze proprie di una lirica fresca e allo stesso tempo molto matura, in questo Atti di un mancato addio indaga la cronaca di una perdita inaspettata e inspiegabile. La scomparsa di Giulio mette in discussione ogni certezza, il tentativo di ritrovarlo si fa ricerca, dell’altro e anche (o forse, quindi) di sé stessi. Ghiotti elabora una poetica della memoria (e memoria altro non è, spiega la voce narrante del romanzo, che “ricordo che diventa narrazione”) in una storia di decostruzione e ricomposizione, di giovani in viaggio verso l’età adulta. Racconta l’intreccio della vita accaduta e di quella che accade, “nonostante e mentre”, nutrita di fantasmi ed echi, di amori e di madri, di luoghi di amicizia e appartenenza, di visioni e ricordi da custodire. Come si impara a convivere con tutti i mancati addii che la vita riserva? Qual è la linea che unisce il prima e il dopo? Come, insomma, si affronta quella cosa “vertiginosa e incontrollabile che chiamano crescere”? Queste le domande che la scomparsa di Giulio fa detonare, in Edo e negli altri. E una risposta convincente la suggerisce lo stesso Ghiotti in una bella riflessione apparsa su “minima&moralia” nell’ottobre 2021: “Massi, Edo, Trottola, Cecchi, Roberta, Mastino e tutti gli altri protagonisti di Atti di un mancato addio [...] al termine delle vicende che racconto, non danno forma a un’identità – se mai imparano che l’unico modo per poter stare nella complessità del mondo, del reale, è, come scriveva Elio Pagliarani, “saltare saltare saltare / se no sulla coda ci mettono il sale.” Il romanzo è stato candidato al Premio Strega 2022 dalla scrittrice e giornalista Sandra Petrignani, che l’ha definito “libro di grandi domande [...] e di sensazioni epidermiche”. Senza dubbio, per Ghiotti, un’altra prova più che degna di attenzione.