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Atto di violenza

Atto di violenza

Dan esce per andare a scuola, come ogni mattina. Attraversa la strada con cautela guardando prima se è in arrivo qualche automobile, come gli hanno insegnato a fare i genitori. Ma contrariamente al solito, la strada è completamente sgombra. C’è solo una macchina della polizia, ferma all’angolo qualche metro più avanti. Anche i marciapiedi sono vuoti, non si vede nessuno e i negozi sono ancora chiusi. Reggendo la cartella in mano, Dan si avvia verso scuola. Ma che fine hanno fatto le persone che incontra ogni mattina? Possibile che gli orologi di casa sua vadano male? Eppure no, sono quasi le nove, l’ora è la solita. È la città che è diversa. Molto diversa. Dal carrer de Mun scende un tram velocemente, fa un rumore assordante nel silenzio che c’è. Fa freddo. Dan arriva davanti scuola: non vede altri ragazzini e “da dentro non arriva il brusio, il vociare contenuto dei compagni più mattinieri, che di solito già aprono le cartelle, controllano i libri e i quaderni con i compiti”. Anzi: il portone della scuola è proprio chiuso. Arriva una ragazzina, gli chiede se c’è lezione, oggi. A quanto pare no. Due ragazzi passano accanto a loro, camminando veloci. Una macchina sbarra loro il passo all’improvviso, frenando con stridore di gomme. Sono poliziotti in borghese, chiedono i documenti ai ragazzi. I due lavorano all’impresa edile Màrcia. “E a quest’ora andate al cantiere?”, chiede loro un poliziotto. “No, stiamo andando a casa: al cantiere non c’è nessuno”. Gli agenti sembrano poco convinti, spingono i ragazzi nella macchina, li vogliono portare in questura. A Dan e all’altra ragazzina dicono di filare dritti a casa. Dan la prende per mano e si incamminano, senza fretta. La ragazzina dice di essere la nipote del segretario del Giudice, il capo del governo. Dan le chiede se sa perché è tutto chiuso e deserto. Sì, lei dice di saperlo. Suo zio ha detto che sono tutti rimasti chiusi in casa apposta. Non sono andati a lavorare perché vogliono che il Giudice se ne vada. È da giorni che gira ovunque un appello, una semplice frase gravida di minaccia: “È molto semplice: restate a casa”…

Manuel De Pedrolo, autore finora incredibilmente mai tradotto in italiano, dalla fama quasi leggendaria in Catalogna ma poco conosciuto nel resto della Spagna, è stato forse uno dei più prolifici e sicuramente uno dei più censurati scrittori della storia: tra il 1949 e la Transición almeno trenta suoi libri arrivarono in libreria solo dopo anni di censure e riscritture forzate, mentre sette vennero bloccati del tutto. Tra questi ultimi c’è proprio questo Atto di violenza, che fu rifiutato per ben tre volte dalla censura governativa. La prima volta nel 1963, quando si intitolava Esberlem els murs de vidre, la seconda nel 1965 e la terza nel 1968, nonostante l’opera – ora intitolata Estat d’excepció per farla sembrare un romanzo differente – avesse vinto il premio Prudenci Bertrana. È solo nell’anno della morte di Francisco Franco, il 1975, ben quattordici anni dopo esser stato scritto, che le Edicions 62 pubblicano finalmente Acte de violència. Da tempo fuori catalogo, il romanzo è stato rieditato nel 2016 da Sembra Llibres che, come ha spiegato in quella occasione l’editore Xavi Sarrià in un’intervista a “Vilaweb”, ha voluto riproporre ai lettori spagnoli l’interrogativo centrale del libro, e cioè: “Cosa succederebbe se si unissero le forze per portare a termine uno sciopero generale indefinito?”. Già, cosa succederebbe? Secondo Manuel De Pedrolo succederebbe il contrario di quello che siamo abituati a immaginare se pensiamo a una sommossa popolare, a una rivoluzione. Niente manifestazioni oceaniche, niente cariche della polizia o dell’esercito, niente barricate: solo strade deserte, fabbriche e scuole ferme, la popolazione chiusa in un lockdown volontario ferreo che fa calare su di una città che non viene nominata ma che sembra proprio Barcellona un assordante silenzio che spezza ogni catena di comando e fa velocemente e inesorabilmente implodere il sistema, fino alla catarsi finale, quando il dittatore spagnolo, lo spietato avvocato Llor Domina, è costretto a confrontarsi con un uomo del popolo in un finale drammatico e scritto con mirabile, semplicissima ferocia.