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Autobiogrammatica

Autobiogrammatica

La madre è sul divano, intenta a chiacchierare con due amici. Il padre rientra a casa, si annuncia come sempre con una sola parola, Olà. Non prevede risposta - che infatti non arriva - da nessuno degli occupanti della casa: non dalla moglie, noi dai due figli universitari, apparentemente occupati con lo studio, non dal figlio adolescente, occupato in chissà che. Un’abitudine, anzi un rito a cui lui è legato, un po’ per marcare la propria autorevole presenza genitoriale - in più è un militare, parte di quel piglio gli rimane sempre attaccato, un po’ per evitare l’effetto sorpresa che potrebbe esporlo a scoperte che magari un padre non deve fare. Ha una cosa da portare al suo figlio minore, un taccuino nuovo. Spessissimo gli regala album, quaderni, blocchi da disegno. Il ragazzo scrive, scrive e disegna, le penne che sono una specie di prolunga naturale delle sue dita. Il padre è felice di assecondare questa sua inclinazione, in quel gesto c’è tutto l’affetto paterno ma anche l’espressione di un legame che qualche volta l’adolescenza sembra far sbiadire. Del resto, ci sono molti argomenti di cui col padre non si parla, per esempio il suo lavoro, avvolto da riservatezza militaresca. Questo riserbo, che non è severo ma comunque impenetrabile, alimenta nel ragazzo un senso di distanza. Il padre da un lato, ordinato, misurato, che pare avere tutto sotto controllo; dall’altro lato, il ragazzo, con mille amici mille interessi e nessuno di questi che lo faccia sentire veramente dentro qualcosa...

Lessico familiare di Natalia Ginzburg, come racconta esplicitamente l’autore, aveva rivelato come le espressioni, il lessico appunto, tipiche di una famiglia fossero un patrimonio unico e, per questo, da preservare. Dopo la pubblicazione del romanzo, in tante famiglie si era presa l’abitudine di annotare queste parole speciali. La famiglia di Giartosio non aveva fatto eccezione e un quadernetto nero, alimentato da tutti i componenti della famiglia, era il depositario di queste frasi che, in qualche modo, definivano l’identità linguistica - e va da sé, culturale, della sua famiglia. Ecco quindi il nucleo originario di Autobiogrammatica, un’autobiografia su due livelli: da un lato, la vita del giovane protagonista, il rapporto con i suoi genitori, la formazione della sua identità, dall’altro, la storia delle parole che di quella crescita sono il nutrimento e in qualche modo anche la causa. Così, attraverso le parole di famiglia, si comprende la temperie culturale di un’epoca, le convinzioni che inevitabilmente i bambini assorbono in maniera acritica fino al momento in cui hanno abbastanza strumenti per confermarle o contrastarle. Una doppia dimensione intima, interessante per chi è convinto dell’influenza delle parole sul mondo delle idee, di cui sono conseguenza ma anche causa. Un procedere lento, quasi proustiano, che ci ricorda come la nostra convinzione di esprimerci in maniera chiara e univoca sia in realtà fallace, perché le parole, in quanto viventi, sono il codice attraverso cui quella vita si esprime. Dunque, come tutti i codici, portano con sé un significato unico, come la persona che le usa.