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Autoritratto newyorkese

Autoritratto newyorkese

Non si ricorda nemmeno quando ha deciso che poteva permettersi di credere di fare qualcosa di diverso. Vivi in modo passivo per tutta la vita e poi, un giorno, decidi di andare a studiare a New York. Inconsapevole di ciò che ti aspetta, si potrebbe dire. In realtà, più che di “inconsapevolezza”, si può parlare di indifferenza. La Grande Mela, nel 2008, all’età di 23 anni, può essere distruttiva. Soprattutto se studi fotografia, circondato da talenti esuberanti, e tu ti limiti a fotografare te stesso. Autoritratti. Proprio non riesci a puntare l’obiettivo verso il viso di qualcun altro. Che utilità avrebbe, se sono le tue facciate quelle che vuoi vedere? le tue finestre chiuse quelle che vuoi spogliare dalle tende? Non sei poi così diverso da New York. Anche tu sei consumato, sporco, corrotto. Per pagare la stanza nello squallido appartamento che condividi, ti spogli per gli altri artisti. Se vogliamo dirla tutta, da quella volta in cui un uomo ti ha dato venti dollari per guardarti mentre ti masturbavi, hai capito che in quel modo avresti guadagnato di più. Craiglist è il miglior sito internet per trovare lavoretti di questo genere, ed è stato proprio lì che hai conosciuto Lou. Lui sì che era incasinato. Eppure era meraviglioso, con i suoi vestiti trasandati e la sigaretta stretta tra i denti. Basta poco tempo per innamorarsi, decidere di andare a vivere con lui e finire i soldi in diner, gioco d’azzardo e birre. Ma vuoi ricordarli così quegli anni duri, violenti, in cui le notti passate a cielo aperto su una panchina di Central Park erano più di quelle trascorse tra le mura di un alloggio. Con qualche spicciolo si poteva andare in lavanderia e, allora, che cosa ti mancava? Se avevi una maglia che profumava di buono, a New York era già abbastanza. Non importa se non c’era nemmeno un punto fermo. Non importa se nelle foto che ti scattavi speravi, un giorno, una verità diversa negli occhi e questa non arrivava mai…

Maurizio Fiorino, nato a Bologna, si è trasferito a New York per intraprendere gli studi in storytelling. Dopo Amodio, Gesù, Ora che sono nato e Marcello, pubblica Autoritratto newyorkese. Salta subito all’occhio il rimando alla città nella quale l’autore ha vissuto: la stessa in cui vive il protagonista del romanzo. A dirla tutta, quella del personaggio è più una sopravvivenza strascicata. Del ragazzo non conosciamo il nome, ma sappiamo tutto il resto. I lati peggiori non ci vengono celati: dall’uso di droghe, alla prostituzione, fino ai periodi vissuti come un senzatetto. Eppure non si legge mai paura tra le righe. Solo desolazione, solitudine e l’inconscio bisogno di vedersi in qualcun altro. Da qui il tossico attaccamento a Lou, anche lui solo al mondo. È anche da questo stesso bisogno di auto definizione che nasce la tendenza del protagonista e voler fotografare solo il proprio volto. In un episodio significativo del libro, gli viene chiesto come compito universitario di fotografare un amico. Il ragazzo fotografa sé stesso. Avrebbe potuto fingere, fermare uno sconosciuto per strada e chiedere di posare per lui, raccontando poi di averlo conosciuto a chissà quale concerto o festa di compleanno di amici in comune. Eppure, proprio non riesce. Si presenta a lezione con una raccolta di autoritratti, subendo la delusione del professore. Come spiegarlo che è sé stesso che ha bisogno di vedere? Non è in grado di dirlo. Per questo motivo, piega la testa e accetta la sconfitta. Così affronta ogni situazione difficile. L’animo del protagonista è perfettamente reso dalla scrittura di Maurizio Fiorino, senza mai banalizzarlo. Intima e sincera, la penna dell’autore scorre leggere sulla linea del “lasciar intendere”, assecondando i lettori più empatici. Un romanzo con cui è semplice commuoversi, soprattutto per chi ha lasciato casa propria, tendando una vita altrove.