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Avere tutto

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Giugno. Rimini. I forestieri arrivano in città, e anche Sandro arriva. Anzi, ritorna. Don Paolo lo ha chiamato per avvertirlo che da qualche mese suo padre, Nando, ogni notte, esce con la sua Renault 5 per rientrare solo all’alba. “Al bar chiacchierano che va lì di notte con la faccia storta. Lo conosci tuo babbo”. Lo conosce, suo babbo: Nando Pagliarani: 72 anni, torace da nuotatore e fianchi da ragazza. “Perito elettronico e delle telecomunicazioni, bigliettaio nei bus turistici sulla riviera, operaio ferroviere, barista, programmatore informatico in ferrovia”. E, attributo ben più importante di tutti gli altri, ballerino. “Dove vuoi essere con un milione di euro in più e cinquant’anni in meno?” “Con mio babbo a lavorare il campo. E anche in quella balera a Milano Marittima, con la mamma”. Sandro invece di anni ne ha ancora solo 40, per lui il gioco funziona se gli anni in meno da 50 diventano 25: “Dove vorresti essere con 25 anni meno e un milione di euro in più?” “Voglio essere a Londra, in un appartamento all’ultimo piano, a spiare la gente che passa per strada”. Invece lavora come pubblicitario a Milano, rincorre pagamenti che non arrivano, banche per il fido, e il sospetto di poter ricascare nel vizio da un momento all’altro…

Giugno. Ottobre. Novembre. Sul presente narrativo di una manciata di mesi irrompono i flashback dal buco nero del passato e dei tavoli da gioco: ma lo stile non cambia, lo stile rimane fedele a se stesso per tutte le 159 pagine del romanzo. Marco Missiroli ci ha già abituato alla sua scrittura essenziale, con Atti osceni in luogo privato prima e Fedeltà poi, ci ha mostrato cosa significa scrivere pagine precise, con una attenzione al dettaglio mai superflua. Ma in Avere tutto la precisione della sua scrittura si fa dolorosa: affilata come un bisturi, procede per incisioni accurate. Via la facciata del pubblicitario di successo, via i soldi del conto in banca, via i soldi nella cassaforte, via l’amore di Giulia. Adesso ci sono solo loro due: Sandro, la voglia di avere tutto, un tavolo da gioco, un mazzo di carte. E Nando: il salto Scirea, il Gran Galà alla Baia Imperiale di Gabicce, la terra di Montescudo e un tumore in fase terminale. Padre e figlio tornano a vivere insieme per giocare la partita finale: morire, diventare adulti, confrontarsi con la perdita, riconoscere se stessi, accettarsi. Sul tavolo da gioco a essere distribuite questa volta non sono le carte, ma i ricordi, le parole, i silenzi, quello che si sceglie di dire o non dire e affidare a un biglietto nascosto. Sullo sfondo sempre Rimini, l’Adriatico, e quell’atmosfera lacerante che solo la provincia e le città di mare d’inverno riescono ad avere.