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Avevo un fuoco dentro

Avevo un fuoco dentro

Siracusa, 6 gennaio 2009. È arrivata in ospedale la sera precedente e, mentre prova a spostare il corpo un millimetro alla volta cercando di trovare una posizione che riesca ad alleviarle il dolore, anche in minima parte, Tea ripensa alla sé bambina, quella brava perché figlia della maestra, quella buona per rendere felice il padre e il buon Gesù, quella che pare una bambola per quanto è graziosa ed educata, quella che tutto accetta e che regala sorrisi a destra e a manca e intanto si fa andare bene tutto. La Tea adulta, invece, quella sdraiata sulla barella, ha una medicazione che parte da sotto il seno e arriva fino al pube, due sondini che sbucano da ciascun fianco e due diverse sacche che idratano il suo corpo e le levano tutto il marciume a causa del quale è quasi morta. Se le cose fossero andate come da programmi, oggi la famiglia avrebbe affrontato in auto il viaggio di ritorno da Siracusa a Roma: suo marito alla guida, le figlie silenziose dietro, tristi per la separazione dai nonni e lei, Tea, avrebbe sopportato in silenzio il mal di pancia che non le dava tregua. Al rientro a Roma avrebbe affrontato il ginecologo, gli avrebbe raccontato di quel dolore sempre più intenso, di quelle perdite scure e maleodoranti, di quella inconsueta tendenza a ingrassare e di quella strana oppressione sul petto. Lo avrebbe fatto, forse, anche se il medico, che la conosce da tempo, avrebbe ripetuto la solita frase: è la sua malattia e deve conviverci. Già, la sua malattia, quella con cui combatte da tre decenni: quel fuoco terribile che a volte le pare intenso come il morso di un cane feroce e altre volte le sembra bruciare in modo insopportabile. Le brucia tutto, spessissimo, e lei si imbottisce di antidolorifici e antinfiammatori; poi fa quello che ha sempre saputo fare: continua a inghiottire, dolori, medicine e amarezza. Invece le cose sono andate diversamente e lei ora è lì, in un ospedale siciliano che le ricorda altri ricoveri, a Roma, altre flebo, altro dolore e altre donne che, come lei, sono sbranate dalla sua stessa malattia, che toglie il sorriso e, a volte, anche la voglia di vivere...

Che Tea Ranno – autrice siciliana d’origine, ma da molti anni residente a Roma – sappia scrivere è indubbio, così come è nota la sua capacità di raccontare la forza e la fragilità delle donne. Questa volta, tuttavia, ha osato in prima persona, si è messa in gioco e ha raccontato la sua fragilità, mostrando allo stesso tempo la sua grande forza. L’autrice offre al lettore un memoir che si apre con un risveglio in ospedale, al termine delle vacanze natalizie. Tea è appena stata operata per una seria infezione partita dall’utero, ha quarantacinque anni e da trenta combatte contro una delle malattie croniche più infide che possano colpire la donna: l’endometriosi. Cause ancora piuttosto nebulose, diagnosi che spesso arrivano in ritardo, cure definitive inesistenti sono alcune tra le ragioni per cui le numerose donne colpite da questa malattia vivono spesso un vero e proprio inferno, nel quale il loro dolore viene screditato e ritenuto sovente una bizza o la conseguenza di una soglia del dolore troppo bassa. Invece si tratta di una patologia maledetta, che nel caso di Tea comincia quando lei è ancora giovane, in una Sicilia in cui le confidenze sulle “cose intime” sono un tabù e allora si sceglie di tacere, di inghiottire il dolore e di provare una sorta di vergogna per la propria debolezza. La voce di Tea Ranno scrittrice, potente come sempre e altrettanto profonda, diventa una bandiera che sventola in faccia all’indifferenza di chi non capisce la fatica, la rabbia e la disperazione che troppo spesso la fanno da padrone. È una voce che non si nasconde più e mostra, con l’arma più affilata che l’autrice possiede, la penna, la fatica e lo scoramento, ma anche la solidarietà e la resilienza di molte donne, anche di quelle che ancora non riescono a gridare forte il loro disagio. Una lettura interessante, che si fa baluardo della lotta contro una malattia che non deve essere più invisibile.