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Avremo anche noi dei bei giorni

Avremo anche noi dei bei giorni

“Il carcere è un edificio soffocante. È fatto di corridoi stretti, con tetti bassi, come se fosse concepito per opprimere. I corridoi sono quanto più possibile tetri, lunghi, angusti. Solo un corridoio è tinteggiato. Una gran parte del soffitto è tinta di rosso sangue, rappresentando la bandiera turca. Ho la sensazione che ci troviamo in un enorme nulla. Ma poi, arrivano le lettere. Nelle tue respiro la vita. Mi entusiasmo dicendomi che da qualche parte c’è vita”, 21 luglio 2017. “Cara donna dai capelli rossi, questa è l’ultima lettera che ti mando dalla mia prigionia. Chiuderò con queste righe la nostra corrispondenza dal carcere. Per il giorno che ti arriverà, io sarò libera. Non mi hai mai lasciata sola un momento”, 3 febbraio 2019. Fra questi due estremi temporali si muove l’epistolario fra Zehra Doğan e la sua amica Naz Öke. Nello spazio chiuso e limitato – sembra quasi un concetto leopardiano - c’è spazio per l’infinito dispiegarsi della mente, della fantasia, della volontà. “Ogni giorno di galera è un apprendistato. Mi stupisco continuamente di questo splendore”, 30 maggio 2018. Nel luogo in cui il sistema più nudamente impone le sue leggi, alla mente che resiste se ne scoprono anche tutti i perversi meccanismi. Fuori “non abbiamo più molto da condividere. Perché siamo contaminati/e dal sistema e siamo divenuti/e macchine desideranti. Abbiamo quasi tutti/e gli stessi obiettivi e gli stessi pensieri, che ripetiamo di continuo, in un circolo vizioso. Non abbiamo più la capacità mentale che ci permetterebbe di allargare reciprocamente i nostri orizzonti”, 5 dicembre 2017. Nello spazio chiuso che separa per generi si trovano i nodi da sciogliere per una vita libera: “Dobbiamo accuratamente analizzare il maschile che è in noi per estirparlo dalle nostre esistenze di donne che vivono in un mondo edificato dagli uomini, obbedendo ai loro dèi, sotto l’autorità dei loro templi, dei loro libri sacri,” 9 dicembre 2018.

Nelle lettere scritte da Doğan nei peggiori carceri turchi vibra un’umanità fervida, un portato di energie copiose che si riversa in numerose direzioni, in riflessioni, in autoanalisi, in creazioni artistiche, in parole e in disegni. C’è una mente che dal chiuso spazio si scopre aperta a instaurare connessioni universali, materiche e spirituali, umane e animali. Una pianta, un gatto, una pigra luna che si affaccia fra le inferriate, il rapporto fra prigioniere, i racconti, gli sforzi di creare ed esprimere la propria arte anche laddove gli strumenti si riducono al minimo. C’è un impegno a essere umana in Doğan, nonostante i tentativi di disumanizzazione del sistema e dello stato in cui si trova a vivere, che tocca la corda più profonda ed emette un suono che nutre. In carcere Zehra ci è finita per un disegno, per il suo lavoro di giornalista-artista impegnata a raccontare i violentissimi attacchi militari dell’esercito turco verso le cittadine curde fra il 2015 e il 2016: Lice, Nusaybin, Cizre, Diyarbakır. Basta un disegno in quegli anni per finire in carcere a lungo. E la storia di Zehra in Italia e all’estero è già stata raccontata da diverse pubblicazioni, mostre d’arte e performance. Persino Banksy l’aveva ritratta sui muri di New York. Ma in queste pagine, che raccolgono le lettere verso la sodale che l’ha aiutata a far uscire di prigione i suoi lavori e a farli conoscere all’estero, si sente molto da vicino l’officina mentale di questa ragazza. Il suo scavo, la sua esplosività, la sua empatia coi casi dell’uomo e della natura. “Una vera lotta mobilita ogni istante”, e nobilita ogni istante si aggiungerebbe. La vita del carcere è fatta di istanti. Dentro di essi scavano le parole di queste lettere, e affatto a sproposito nella postfazione Elettra Stamboulis richiama le Lettere dal carcere di Gramsci.