Salta al contenuto principale

Azzardo

Azzardo

Quarantun anni molto ben portati, un fisico scolpito e il fidanzato che le chiede di avere un figlio. Siamo a Roma, è la primavera del 2006 quando per lei tutto cambia: il fidanzato dalla sera alla mattina sparisce, lei decide di adottare un cane, prende un antidepressivo per andare avanti e decide di salvare suo padre dalla schiavitù delle sale gioco. Ma come fa un decoroso avvocato in pensione a ridursi così, pensa lei, rintanandosi tutti i giorni nella sala giochi di piazza Cola di Rienzo? Inizia a frequentarla anche lei, nei giorni feriali. C’è un’atmosfera da villaggio vacanze, anche il cameriere che ti porge il prosecco ha l’aria sorridente. L’idea è di non far sentire soli gli ospiti. Basta il tempo di arrivare a sedersi davanti alla macchinetta e la solitudine sparisce, anzi: ognuno è chiuso nella sua. Nella sala uomini e donne vivono nell’attesa, banconota dopo banconota, che sullo schermo appaiano libri d’oro o altri simboli tutti in fila a sancire una vincita. Gioca già da un anno, ma a suo padre non lo dice. Anzi, è sempre pronta a salire sul pulpito della moralità e redarguirlo per il suo sconsiderato comportamento. Gli amici e la madre fanno fronte comune con l’anziano avvocato. “Ha lavorato una vita, a voi non ha mai fatto mancare nulla – dicono - avrà pur diritto ad un po’ di svago? Sono soldi suoi, non li ruba a nessuno”. Suo padre la guarda ricordandole che deve pensare a fare la figlia e nulla di più. Avrà immaginato, dalla foga con cui lo aggredisce, che è una giocatrice anche lei? Stanno inaugurando, proprio sotto casa sua, una nuova sala giochi, arriva pure Anna Falchi per il taglio del nastro. Luci, suoni, odori accattivanti, quella diventa la sua sala. La battaglia per salvare suo padre è ufficialmente finita. Non ci sono più scuse, è diventata come e peggio di lui e per salvare sé stessa ha davanti una strada lunga nove anni...

Azzardo segna l’esordio narrativo di Alessandra Mureddu. Il suo è un memoir sulla ludopatia. Il gioco d’azzardo, considerato un vizio e non una vera e propria patologia, è ancora un tabù. Se ne parla, certo, ma si approfondiscono poco i temi psicologici e personali delle persone affette da ludopatia. La dura realtà è che pur essendo concentrata su suo padre lei non è riuscita a salvarlo, anzi, al contrario è precipitata lei nella stessa spirale del gioco. Con uno stile asciutto, quasi fotografico, l’autrice fa scendere nel gorgo della sua disperazione anche il lettore, portando a comprendere quanto siano strette le spire che stanno stritolando la sua vita. Alessandra era una giocatrice sociale, le piacevano i casinò e giocare in vacanza. Una volta rientrata a casa tutto tornava normale: lavoro, amici, fidanzato e il gioco non c’era più. Invece a partire dal 2006 l’apertura di tante sale gioco a Roma segna la svolta e accende il desiderio di replicare le sensazioni provate nei casinò. Le sale sono stanze buie, senza finestre, con i suoni forti, come il rumore dei soldi che scrosciano dalle macchinette per ricordare che la vincita è possibile, che è vicina. Sale che annullano i sensi creando un’anestesia, una specie di magia, piena di profumi e buoni odori rassicuranti. Segue all’abbrutimento psicologico quello fisico, la trascuratezza della propria persona e della casa. L’infiammazione del tunnel carpale per il troppo spingere i tasti le ha causato tanto dolore e un anno di terapia riabilitativa, ma tutto questo spariva appena seduta davanti alla macchinetta. Lì tutto diventa adrenalina e fretta di giocare. Il vero giocatore non ama vincere, ma perdere, per provare ancora sensazioni forti e dolore. I soldi finiscono e qualche volta Alessandra non può comperare né cibo, né sigarette. Nonostante tutto è riuscita a mantenere il lavoro. Emblematico è il rapporto con il cane Brenda, che, se da un lato sottolinea la sua grande solitudine, dall’altro dimostra la volontà di accudire un essere vivente che da lei dipende totalmente. Arriva infine la consapevole richiesta di aiuto all’Associazione Giocatori Anonimi, realtà meno conosciuta di quella degli alcolisti ma con la stessa tipologia terapeutica. Per un soggetto compulsivo, vedere la speranza nei partecipanti al gruppo è stato importante. Perché quando si arriva a quei livelli di abbrutimento, l’aspetto patologico è impossibile da tralasciare, ma è più forte la vergogna ed è proprio su questo tema che bisognerà lavorare, sia a livello culturale che sanitario.

LEGGI L’INTERVISTA AD ALESSANDRA MUREDDU