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Bagatelle per un massacro

Bagatelle per un massacro

Le ballerine. Che ossessione le ballerine! Che passione violenta, le ballerine… Cosa si può fare per conquistarle? Val la pena gettare all’aria una carriera accademica, la famiglia a carico, il possibile traguardo di un buon ritiro nell’insegnamento? Certo. Certo che ne vale la pena, se la ricompensa è avvicinarsi alle danzatrici, poter godere della loro grazia, o meglio, delle loro grazie. Ecco, l’idea! Scrivere dei balletti. Balletti in cui mettere in scena passioni, follie d’amore, tradimenti… Opere per l’Opéra? No, niente da fare: coloro che dovrebbero mettere in musica il libretto son tutti Ebrei: “assolutamente cordiali… lusingatori al massimo… solo che per il momento… occupati… sovraffaticati… da questo e poi da quello in fondo alquanto scoraggianti… evasivi”: mille complimenti per il poema, ma poi “un po’ lungo! … troppo corto forse?… troppo sdolcinato?… troppo duro?… troppo classico?”. E allora perché non provare con L’Expoosition Internationale Arts et Techniques dans la Vie moderne, quella Esposizione delle “Arti e Tecniche” che renderà indimenticabile il 1937? forse potrà essere sufficiente “un piccolo balletto perfettamente intonato ai fasti dell’Esposizione”, dice l’amico e collega Léo Gutman. Ed ecco il capolavoro: Paul canaglia Virginie coraggiosa, un’opera in tre atti. Ma dopo quattro giorni Gutman ritorna con le pive nel sacco. Niente da fare, gli Ebrei non accettano di metterlo in scena… Propol, l’amico decorato al Valor Militare che ha dato una gamba per la difesa della Patria nel corso della grande guerra, e che ora imbratta tele a Montmartre, la vede dura: teme che lo scrittore, mettendosi contro gli Ebrei, si stia imbarcando in una pericolosa crociata, in cui potrebbe mettere a repentaglio la sua stessa vita; non è saggio infastidire coloro che occupano tutti i gangli della cultura, del potere, della finanza; e far togliere la vita a un uomo, a Parigi, costa solo dai 3 ai 4000 franchi…

“L’Ebreo è tabù in tutti i libri che ci vengono presentati. Gide, Citrine, Dorgelès, Serge, ecc… non ne fanno parola… Dunque parlano a vanvera… Hanno l’aria di spaccar tutto, di sfasciare questo e quello, ma non scalfiscono nulla. Abbozzano, barano, svicolano davanti all’essenziale: l’Ebreo. Arrivano soltanto fino alla soglia della verità: l’Ebreo […] In questo momento l’unica cosa grave per un grand’uomo, scienziato, scrittore, cineasta, finanziere, industriale, politico (ma allora la cosa è gravissima) è di mettersi in urto con gli Ebrei […] Divertimenti… Ciarle! Ma non toccate la questione ebraica, o ve ne faranno pentire…”. Ugo Leonzio in Dolore e corruzione, breve e intenso saggio che introduce il testo, esplicita la materia con cui è chiamato a confrontarsi il lettore di questo libello: “Per molto tempo ho cercato di spiegarmi perché Bagatelles pour un massacre fosse l’unico libro veramente infernale prodotto dalla letteratura francese dopo Choderlos de Laclos [autore de Le relazioni pericolose, 1782. NdR]. Ogni metodo usato per situare o circoscrivere questo disumano atto di accusa e di autoaccusa rischia di apparire funesto o ridicolo: ridicole le motivazioni patologiche («un momento di follia») e quelle estetiche («l’antisemitismo è solo una metafora dell’odio per il mondo»); funeste quelle psicologistiche («Céline vuole fare scandalo perché in una fase di impotenza creativa») e quelle enigmatiche («Bagatelles è un pamphlet antisemita ma noi non sappiamo cosa siano gli ebrei per Céline») […] Per essere intrattabile, cioè infernale, un libro deve situarsi in una zona ambigua […] c’è un punto in cui anche la perversione viene superata, un punto estremo di sofferenza in cui essa si trasforma in corruzione. È da qui che dovrebbe iniziare la lettura di Bagatelles”. Pubblicato cinque anni dopo Viaggio al termine della notte (1932) e un anno dopo Morte a credito (1936), universalmente considerati tra i capolavori della letteratura mondiale, il libro costò all’autore l’accusa formale di antisemitismo, l’emarginazione dagli ambienti culturali francesi - che durerà, in pratica, fino alla sua morte - e il posto di lavoro come medico presso il dispensario di Clichy, ove si occupava soprattutto dei malati indigenti. Questo non lo dissuase dal pubblicare altri due testi di chiaro stampo antisemita: La scuola dei cadaveri (L’École des cadavres, 1938) e I bei drappi (Les Beaux Draps, 1941). Al termine del secondo conflitto mondiale, tornato in Francia dopo il sostegno al regime collaborazionista di Vichy, e la conseguente fuga in Danimarca, fu lo stesso Céline a opporsi alla riedizione del pamphlet, volontà che ha segnato da allora le vicende di stampa dell’opera: anche l’edizione Guanda del 1981 (forse l’unica traduzione esistente dall’integrale originario) venne ritirata dagli scaffali a pochi mesi dalla pubblicazione a seguito della diffida promossa dalla vedova dello scrittore francese. La scrittura è diretta, convulsa, emotiva: frasi dal respiro cortissimo nel tono dell’invettiva, spezzate, segnate dagli onnipresenti puntini di sospensione, - cifra stilistica celiniana, un “gergo che diventa scritto”, come da definizione di Luca Pakarov (https://www.iltascabile.com/letterature/contraddizioni-celine/) - per declinare quella che appare come una vera e propria ossessione che trae origine da pregiudizi ampiamente diffusi in un habitat culturale e sociale facilmente riconoscibile (“Dall’affare Dreyfus la causa è sepolta, la Francia è degli Ebrei, corpo anima e beni, degli Ebrei internazionali.” E ancora: “Il capitano Dreyfus è molto più grande del capitano Bonaparte. Ha conquistato la Francia e se l’è tenuta”) e, forse, almeno in parte, da vicende personali: il timore - o la precognizione - di una nuova imminente disastrosa guerra (Céline aveva partecipato come volontario al primo conflitto mondiale: lo scoppio di una granata gli aveva procurato lesioni permanenti), la cui volontà - o colpa - imputava agli Ebrei (“La prossima guerra, si può prevedere, si giocherà su tre frontiere alla volta, e che feste! formidabili! mica piccole! gigantesche! Ve l’auguro bella e allegra! figli degli Eroi! figli dei Galli…. Germania! Spagna! Italia! Quelli che sanno scavare, scaveranno! Mai tante trincee, così profonde! così larghe! così lunghe! avranno inghiottito tanti uomini in una volta! Per l’immensa gloria di Israele! per l’Ideale massonico! per la vendetta dei piccoli Ebrei sloggiati dai bei posti tedeschi!… Per la gloria delle Borse! dei Valori e del Commercio! e dei Macelli Umani!); la delusione per la fine della storia con Elizabeth Craig, ballerina di origini californiane con cui aveva vissuto dal 1927 al 1933, a cui aveva dedicato Viaggio al termine della notte, e che, tornata negli Stati Uniti, aveva sposato il ricco malavitoso immobiliarista ebreo Ben Tankel (“gli Ebrei, lo sai?… Non li conosci ancora… No… no… non li conosci ancora…. Di’, non ti hanno per caso soffiato un’amichetta?”). Bagatelle per un massacro rivela un odio feroce, strutturato, sistematico (“Tutti i padroni assoluti del mondo sono in ogni caso giudei!”) nei confronti di coloro che sono visti come depositari di un potere nascosto, onnipresente, pervasivo, avido, razzista, che trama nell’ombra l’asservimento e il massacro dei non-Ebrei: un bersaglio che assume le forme cangianti di un fantasma storicamente ben noto (e piuttosto radicato, a giudicare dalle 75.000 copie vendute da Bagatelle per un massacro, nonostante il subitaneo ritiro dal commercio per una causa intentata per diffamazione contro autore e editore), a testimonianza del clima di pregiudizio antiebraico imperante nella società francese (e non solo), opportunamente cavalcato da classi politiche pronte a solleticare i più bassi istinti e a indicare negli Ebrei un facile bersaglio per l’odio popolare, sulla scorta di opere come I protocolli dei Savi di Sion (il falso documentale complottista scritto da Sergej Aleksandrovič Nilus atto a propalare l’odio contro gli Ebrei in Russia, che si diffuse rapidamente in tutta Europa agli inizi del Novecento e che Céline non manca di citare nella parte conclusiva del testo). Se da un lato - alla luce dell’orrore di Auschwitz e del quadro della Endlösung - è facile oggi esprimere un giudizio sul pamphlet (“Bagatelle può diventare una rotaia dell’Olocausto”, chiosa sempre Pakarov), è altrettanto lampante la necessità di riconoscervi la traccia sottile e inquietante di quei meccanismi storici e antropologici che, lungi dall’esser stati definitivamente disinnescati dalla sconfitta del Terzo Reich e dalle condanne di Norimberga, risultano sempre all’opera nella Storia, nella loro drammatica ricorsività: spirali e pulsioni distruttive che sfociano nella violenza, nello sterminio, nella pulizia etnica, nel genocidio, a cui neppure le intelligenze più vivide sembrano a volte non riuscire a sottrarsi, e che hanno sempre lo stesso identico innesco: la disumanizzazione dell’Altro.