Nelle prime ore del pomeriggio Soad, la schiava nubiana, mette un nastro rosso nei capelli di Daniela e subito Matteo la vede passare a filo dello steccato e la chiama in casa. Appena dentro mette i piedi scalzi nella sabbia, la terra che Livia affinché non frani concima e annaffia senza grandi risultati tutti i giorni. Lo trova in pigiama, al sole, con i piedi poggiati su alcuni mattoni nell’illusione di curare così l’artrite. Daniela ogni giorno scappa dalla villa nascondendosi nella cesta della biancheria per raggiungere il mare. Livia l’accoglie sempre con pane morbido e altre delizie tra i suoi barattoli di spezie mentre Matteo si ritira spesso tra i suoi libri a comporre versi. Quando scoprono che è fuggita di nuovo la mandano a cercare da Ibrahim, il giardiniere, o da qualche altro uomo di casa. Lo fanno quando la nonna si è svegliata e deve farsi trovare in fondo alla scala, da dove vede i suoi piedi piccoli e aguzzi in assoluto contrasto con le scarpe infangate di Livia, e lì viene rimproverata perché va sempre da quei due e ne torna impolverata e spettinata. Spesso la nonna e Soad raccontano dei fuggiaschi partiti dall’Europa e lei cerca di non perdere una sola parola soprattutto quando la sente parlare con sprezzo di Livia, che ha fatto i soldi aiutando i contrabbandieri durante la Grande guerra. Le storie delle donne le fanno capire che fra Livia e la nonna non corre buon sangue a causa di Matteo e che esistono delle parole che non capisce, per esempio la parola “mantenuta” e che la nonna ha avuto una figlia ma non si è sposata. Su un biglietto trova scritto che la nonna è una “puttana di ballerina” e quando chiede spiegazioni alla domestica quella le dice che i tempi allora erano diversi e le donne di teatro non potevano entrare nelle famiglie perbene. A scuola una bambina le chiede se anche la nonna aveva fatto la danza del ventre e quella semplice domanda la spinge ad aggredirla provocando una reazione da parte delle suore. Decide di non voler più tornare a scuola dalle monache ma quando la sera ne parla con la nonna, lei la punisce fino a quando non arriva Matteo e le parla, convincendola…

La scrittura è disarmante nella semplicità anche se sono tanti i riferimenti storici al fascismo e alla guerra. Il romanzo apparve per la prima volta nel 1961 e fu un grande successo di pubblico per poi scomparire dall’orizzonte critico come la maggior parte dei lavori della Cialente. L’autrice infatti, vincitrice del Premio Strega nel 1976 con Le quattro ragazze Wieselberger, fu rapidamente dimenticata anche se oggi è considerata da molti una delle maggiori scrittrici del Novecento italiano. Ballata Levantina doveva essere la seconda parte di una diade, con la prima costituita da Cortile a Cleopatra, uscito nel 1936, e infatti si mostra in continuità con il precedente proprio per l’ambientazione egiziana ma opera delle differenze nelle classi sociali. Nel romanzo le voci sono varie e composite, la storia è suddivisa in cinque capitoli ognuno con il nome di un personaggio e il contesto dal quale la protagonista osserva tutto è il punto di vista privilegiato che le consente di cogliere le contraddizioni della borghesia occidentale, le stesse del colonialismo in dissoluzione e la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, raccontata attraverso le lotte degli antifascisti in Medio Oriente che l’autrice visse in prima persona in quanto speaker radiofonica al Cairo. Il romanzo viene riproposto dall’editore Nottetempo senza gli errori di trascrizione dall’arabo presenti nella prima edizione.