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Ballate Oscure

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C’è stato un inizio, certamente, e “In principio era il principio: / con qualche titubanza uscì dal niente, / da una coltre di buio senza tempo”. Poi, molto presto, è diventato chiaro che il caos e il niente sono nel destino dell’uomo, quando Eva e Adamo erano attratti dalla mela che brilla e “Il serpente sorride, registrando / silenzioso di ognuno i movimenti, / immoto, acciambellato al tronco, mentre / nel caos si vanno a un tratto riversando / i flutti spumosissimi del niente”. In mezzo c’è l’amore. Che fa soffrire, soprattutto quando è “l’amore degli Otelli”; eppure in questa sofferenza amorosa il Poeta sa esortare se stesso a legare “i giambi con lo spago”, perché “Ogni poesia è un fiore molto esile, / nutrito dalla cònsona tristezza”. E c’è anche la speranza, da contendere al timore e all’incertezza: “Prima dell’Ade, c’è vita? Se c’è, / non è quella che adesso ci tormenta”. Vi sono, infatti, anche note positive: “convolano / i raggi d’altri soli (che non provocano / ustioni), un inconsulto odor di viole, / suoni inauditi giunti da un altrove”. Il Poeta canta la luna, “Segreta sepoltura / di tutti i nostri amori”, regina del cielo, “Madonna profana, / Artemide – Diana”, sente che a lei appartiene la sua afflizione, “Il pesante sarmento / del mio duro tormento”. Lui è stanco di ciò che è artefatto, come della bellezza finta, come “le biondone con seno artificiale” o come “chi ripesca verbi desueti”, e confessa: “Ho invidia degli eroi delle leggende. / Sanno che moriranno, eppure insistono, / straordinarie prede dell’esistere”. Quindi, come gli antichi poeti, esorta la propria anima a smettere di indugiare inutilmente in questi pensieri, a vivere affrontando la vita e, proprio come quegli eroi, a dirigersi “nell’occhio del ciclone: / dentro il cuore del buio, l’infinito / ti aspetta in premio, fulgido e sbiadito”. L’esistenza dell’uomo è un “esilio in terra”, per rendersene conto basta levare il naso a guardare gli astri, le stelle indifferenti o il fiore dentro il vaso. Poi, in una rima magnifica e terribile, la verità “Noi siamo un niente. Siamo degli zeri. / Ci vince il tempo, oggi come ieri”. Eppure al Poeta è concesso un privilegio: “Sovente la caduta a capofitto / conduce al Citerone dritto dritto”…

Poeta, critico letterario, teorico della traduzione e traduttore, Nason Vaghenàs è nato a Drama, nella Grecia settentrionale, nel 1945, già docente di Letteratura neogreca all’Università di Creta, ha insegnato a lungo Teoria della Letteratura all’Università di Atene. Autore di importanti saggi sulla teoria della letteratura e della traduzione, oltre che di diversi studi su autori della letteratura greca contemporanea – per dirne uno soltanto Konstantinos Kavafis -, ha cominciato a pubblicare i suoi versi nel 1974, dopo la caduta della dittatura dei colonelli. Per citare la definizione di Alkistis Proiou, la sua è una “personalità poliedrica e multiforme che riunisce felicemente in sé il valente filologo, il perspicace critico e il poeta sensibile e originale”. Vaghenàs ha un legame particolare con l’Italia, avendo trascorso un periodo di studi a Roma negli anni ’70, ma anche perché – ha raccontato – fin da ragazzino, in casa sua sentiva parlare di Bontempelli e Dante. Conosce quindi bene la lingua e la letteratura del nostro Paese e, come poeta, riscuote un certo successo presso critica e pubblico, oltre ad essere spesso invitato a partecipare a congressi presso diverse università italiane; il 12 ottobre 2005, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito l’onorificenza dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana. Uno dei temi ricorrenti in questa raccolta, Ballate oscure, è quello della poesia come rifugio per il poeta ma anche come unico esito felice – sempre per l’uomo-poeta, che in questo è un privilegiato – di una esistenza umana naturalmente fatta di sofferenza e destinata inesorabilmente al vuoto e al nulla cosmico, nonostante l’aspirazione ad elevarsi al di sopra di essa. Ha detto da qualche parte, “L’uomo desidera trascendere se stesso. È l’esperienza vitale che conduce tutte le nostre azioni. La poesia è una delle forme superiori per fare questa esperienza. L’altra è sicuramente la religione”. Questa citazione è stata utilizzata, insieme a quella che ricorda l’esigenza di “sospendere il tempo” come spunto per una traccia del tema di italiano per gli esami di maturità del 2004. Citazioni che rivelano quanto a Nasos Vaghenàs sia caro anche il tema del Tempo e di come scorra inesorabile, soprattutto in relazione all’uomo, e tale emerge netto pure in queste Ballate. Caterina Carpinato ha dedicato diversi studi a Nasos Vaghenàs, nel quali ne ha spesso evidenziato il successo in Italia, “dove ha viaggiato e viaggia fisicamente e metaforicamente”, anche grazie alla rete, ispirando interpretazioni dei suoi versi persino in dimensioni extraletterarie, per esempio musicali e video: “I testi poetici di Vaghenàs, una volta prodotti, tradotti e pubblicati non appartengono più né al poeta né al traduttore, ma partono per vie sconosciute approdando in luoghi imprevisti”. La poesia delle Ballate è raffinata ma non elitaria, canta esperienze quotidiane affiancandole a riflessioni più alte, utilizza un linguaggio aulico ma anche di tenore più comune, sospesa tra pessimismo e ironia si serve della rima tradizionale, scegliendo sovente accostamenti insoliti. Ne nascono immagini nitide che appartengono tanto al metafisico che al reale; una voce unica dalla forza evocatrice e dall’eleganza ritmica, capace di affiancare un certo sperimentalismo alla tradizione e alla memoria. Cosa ci sia all’origine delle Ballate oscure lo racconta molto bene il traduttore e curatore Filippomaria Pontani nella interessante Introduzione. Chi non conosce già l’autore scopre, così, che poco prima di pubblicare la raccolta Vaghenàs aveva denunciato in ben tre articoli “la crisi del verso libero”, nato dalla necessità di innovare forme rigide della versificazione tradizionale ormai svuotate di contenuto da una tradizione troppo lunga. Ma coloro che approdarono al verso libero padroneggiavano benissimo quella tradizione che contestavano. In seguito, però, tale innovazione è sfociata in banalizzazione, aiutata anche da una “editoria di sottobosco, finta e senza scrupoli, che ha aperto le porte anche a chi non sapeva fare nulla”, scrive bene Elio Distefano su “Letterattitudine”. È accaduto, quindi, che il verso libero – nato da una esigenza di innovazione - sia stato “bistrattato dalle orde di dilettanti” incapaci di dialogare con la tradizione. La proposta del Nostro è recuperare elementi tradizionali, come appunto la rima, “che restituiscano quella grazia che gli antichi conoscevano e apprezzavano e che è stata rubata da generi minori come la musica leggera”. In questo tentativo di riconsacrazione della parola poetica abbondano i riferimenti alla tradizione letteraria e artistica greca ed europea e si sente la necessità di uno schema metrico che riprenda questo dialogo interrotto. Nasos Vaghenàs è certamente un esponente valido e innovativo della poesia contemporanea che fa la sua comparsa negli anni ’70 e appartiene alla “generazione della contestazione e del benessere”, votato com’è ad una “riconsacrazione della parola poetica capace di anticipare molta poesia a venire”, come recita la motivazione del Premio Internazionale di Poesia “Attilio Bertolucci” che gli è stato conferito nel 2006, insieme a tanti altri nel tempo. Doveroso un plauso al succitato traduttore, per lo sforzo mirabile e riuscito di rispettare e mantenere più possibile il ritmo e le rime che, con la loro – spesso insolita – efficacia, hanno un ruolo fondamentale nell’esperienza poetica dell’autore.