Nel maggio del 2024 corrono i trecento anni dalla nascita di Immanuel Kant, filosofo prussiano nato a Königsberg. Quella piccola cittadina è oggi Kaliningrad e appartiene alla Russia, pur essendo incastrata fra la Polonia e la Lituania. Si tratta dell’Oblast di Kaliningrad, una enclave che altro non è che l’ultima concessione alla Unione Sovietica dopo la fine della guerra fredda e la caduta del regime comunista. Per quell’occasione un aereo della Gazprom trasporta nella città di Kant centocinquanta ricercatori e uomini d’affari tedeschi. Certo non sono lì per celebrare il padre della filosofia moderna europea, ma per intessere affari, mentre brucia l’Ucraìna, e per aggiornare il governo russo delle recenti manovre del partito Alternative für Deutschland (AfD), una formazione populista di estrema destra che Vladimir Putin segue già dal 2017. Putin è assente, ma il suo saluto è portato dal viceministro russo. È chiaro l’interesse della nazione russa di estendere sul Baltico la sua influenza mentre è contemporaneamente impegnata nella guerra di occupazione dell’Ucraìna. Altri giornalisti dimostrano, in un’inchiesta sempre del 2024, l’intenzione della Russia, attraverso un fondo di Stato, di interferire nelle politiche locali di quarantotto stati tra cui la Danimarca, la Svezia ed i paesi baltici. Pravfond, il fondo di stato, ha probabilmente finanziato i sicari che a Berlino hanno ucciso un ex comandante dei ribelli ceceni. Perfino in Polonia, apertamente ostile al Cremlino, un anonimo agente dei servizi segreti russi, Janusz N, ha tentato di corrompere politici vicini a Donald Tusk. Alcuni sono pronti a dimostrare che dei senatori vicini a Tusk hanno incontrato parlamentari russi nella città ucraina di Dnipro. Qualcosa di nuovo si sta muovendo sul fronte orientale, e il suo epicentro è proprio attorno al Baltico…

Oliver Moody è un giornalista inglese corrispondente dalla Germania per il “Times” e il “Sunday Times”. Si occupa di Germania, Scandinavia, Europa Centrale e paesi baltici, appunto. Il suo saggio, frutto di ricerche sul campo, ma anche di lunghi dialoghi con politici ed attivisti, è un’attenta analisi della posizione strategica nello scacchiere geopolitico dei paesi baltici, dove dopo il crollo dell’Unione Sovietica sono sorti nuovi stati indipendenti. Oggi sono otto i Paesi che si affacciano sul mar Baltico: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Svezia, Finlandia e poi c’è la Russia, con il porto di San Pietroburgo, ma anche con l’Oblast di Kaliningrad, piccola enclave strategicamente incuneata fra la Polonia e la Lituania. In quello spazio di mare si gioca oggi una logorante partita politica per il controllo di merci e materie prime (gasdotti, soprattutto), ma anche per determinare nuovi equilibri negli assetti politici dell’Europa e del mondo. I paesi baltici sono da sempre, dalla loro indipendenza avvenuta per ultimo nel 1991 e fortemente osteggiata anche da Mihail Sergeevic Gorbacëv, preoccupati dalle manovre russe e per questo sono interessati alle politiche dell’Unione Europea e della NATO. Ma ciascuno con una sua specifica e precipua caratterizzazione: l’Estonia ha puntato fin da subito sulla formazione culturale e digitale del suo popolo; la Lettonia ha intrapreso una forte resistenza culturale in difesa dell’identità nazionale; la Finlandia (indipendente dal 1917) ha rafforzato la sua cultura militare basata su un modello di “difesa totale”. Moody ha il pregio di ripercorrere, partendo dalla situazione odierna, gli snodi storici di questi Paesi individuando momenti di passaggio, ma soprattutto i potenziali sviluppi delle trame geopolitiche che, è inequivocabile, si stanno spostando verso nord est, riconfigurando molte attenzioni del nostro continente proprio intorno al Baltico. Scritto in modo semplice e penetrante, è un libro che mescola dati e pronostici, stime e pareri discordanti, aprendo un fronte di analisi che diventerà sempre più attuale e determinante.