La voce delle ombre

La voce delle ombre

Makepeace ha mille domande in testa, ma il coraggio di porle a sua madre Margareth le manca. Sa che il suo nome le è stato dato per far sì che nella comunità di puritani in cui sono andate a vivere a Poplar, ospiti degli zii, nessuno biasimi troppo una donna senza marito e una ragazzina senza padre. Il freddo e la fame nella stanzetta spoglia sono sopportabili se stanno vicine. All’esterno l’Inghilterra è in fermento a causa delle decisioni di re Carlo I in ambito religioso, eppure, se si escludono i disordini a Londra, la loro piccola comunità è estranea ai tumulti. Makepeace ha ben altro a cui pensare, come gli incubi che la notte la tormentano e che sua madre le dice di tenere segreti. Deve sforzarsi di non urlare, di non attirare l’attenzione. Nessuno deve scoprire dove si nascondono. La ragazzina vorrebbe sapere che cosa c’è di tanto pericoloso, vorrebbe sapere chi è suo padre e perché non la va a prendere, ma ottiene solo che sua madre la trascini al cimitero, nel cuore della notte, una volta al mese, la rinchiuda in una capanna e la lasci sola fino al giorno seguente. È il suo modo di aiutarla, afferma, il suo addestramento per farle affrontare gli spettri che cercano di insinuarsi in lei. Quello che Margareth chiama “affilare il bastone”. Makepeace detesta sua madre quando la porta tra le tombe, quando non sente ragioni ed è indifferente alle sue paure. Durante una visita a Londra, per vendere i merletti con cui si mantengono, hanno l’ennesimo scontro, una lite furiosa in cui, finalmente, il nome del luogo da cui provengono salta fuori: Grizehayes. Una rivelazione in una giornata che resterà impressa a fuoco nella mente di Makepeace, come la fuga, la rivolta e il sangue...

Accettare le decisioni di un genitore non è facile per un figlio, specialmente se appaiono ingiuste o troppo dure. Makepeace, a mano a mano che cresce e si rafforza, proprio come è nelle intenzioni di sua madre, inizia anche a essere ribelle e disobbedire agli ordini. Ciò che la aiuta a gestire il suo potere oscuro la allontana dalla persona che vuole proteggerla. I segreti possono essere letali. Le atmosfere gotiche, la morte che serpeggia di luogo in luogo, i fantasmi e ancor più gli abusi a cui la protagonista di questo romanzo viene sottoposta nella sua ricerca di una casa e della verità, rendono la storia adatta a lettori non troppo inclini a impressionarsi (vengono menzionati anche truculenti metodi correttivi per chi nel Seicento veniva ritenuto pazzo o affetto da “malinconia”). Il contesto storico, con le dovute licenze narrative, viene preservato e rende l’avventurosa storia della caparbia Makepeace Lightfoot nell’Inghilterra seicentesca, un crescendo di fughe rocambolesche, intrighi, campi di battaglia, scontri negromantici, prove di coraggio e di lealtà che rendono il romanzo avvincente e dal buon ritmo. Orrori notturni, tenerezze e umorismo si amalgamano e sorprendono. Frances Hardinge (insignita della Carnegie Medal per le sue opere dedicate ai giovanissimi) ha avuto un brillante esempio di tenacia e immaginazione in famiglia, che le ha dato ispirazione per le sue storie. Il nonno materno Harold Mills West è stato un prolifico autore di libri legati al folklore britannico, al mistero e ai fantasmi, nonostante la necessità di abbandonare gli studi giovanissimo per lavorare. La Hardinge è cresciuta circondata dai libri, ma fino ai trent’anni ha scritto per adulti, eppure è proprio con i libri per ragazzi che ha dato slancio alla sua carriera. Ha vinto il Branford Boase con Volo nella notte e in Italia è stata finalista al Premio Strega ragazzi e ragazze 2018 col romanzo L’albero delle bugie, con cui ha vinto il Costa Book Award. I giovani protagonisti dei suoi romanzi sono sovente messi alla prova, ma è attraverso le difficoltà e la costruzione della propria personalità che maturano e crescono. Grazie a questa formula la Hardinge regala ai suoi lettori storie avventurose, ricche di mistero e fantasia.



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